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lunedì 3 febbraio 2014

Ceneri nel vento

Pubblicato in Argentina nel dicembre del 1982, Ceneri nel vento è ben presto entrato nel canone dei romanzi sulla dittatura militare scritti negli anni Ottanta.
Il titolo è tratto da un verso della famosa “Poesia congetturale” di Jorge Luis Borges, testo che si riferisce in forma di monologo poetico alla violenza e all’uccisione per sgozzamento del politico argentino Narciso Laprida, durante le lotte interne per la creazione di uno Stato Nazione in epoca postcoloniale. Fin dal titolo, Dámaso Martínez propone al lettore una serie di suggestioni e di congetture ricorrenti in tutto il testo e che ritroviamo anche nelle due epigrafi al romanzo dove la città di Córdoba, protagonista reale e simbolica dell’opera, viene descritta da due autori – Sarmiento e Moyano – che rappresentano in modo emblematico le lettere argentine del passato e del presente.
Questa molteplicità di tempi e di spazi che Dámaso Martínez ci suggerisce fin da subito è uno degli elementi chiave per capire il romanzo che si sviluppa in diversi periodi della storia argentina tenuti insieme dal filo conduttore della memoria e dalla scrittura.
Il mondo inquietante di Ceneri nel vento è quello della lotta politica popolare e delle sue conseguenze di violenza e incertezza: dal Cordobazo (1969), rivolta operaia e studentesca contro il governo di Juan Carlos Onganía, alla repressione e alle desapariciones perpetrate dalla dittatura nel 1976 per poi procedere a ritroso, attraverso le memorie del militante democratico (zio Julio), agli scontri tra peronisti e antiperonisti (leali e ribelli).
Il passato, tuttavia, non è raccontato in termini realistici o di testimonianza in senso tradizionale, e questo è uno dei principali pregi dell’opera di Dámaso Martínez, fra le prime a proporre una “versione” non realista della tragedia della dittatura.  
Il romanzo si configura dunque come un puzzle, un insieme di ricordi frammentati e di memorie che indagano il passato e il presente argentino attraverso un diario scritto non si sa bene per chi. Suddiviso in due parti interconnesse tra loro, senza la seconda parte in cui Esteban ritrova i documenti e le lettere del fratello Luis, la prima parte non potrebbe esistere.
[…] Altra caratteristica del romanzo e, più in generale, dell’opera di Dámaso Martínez risiede, come ha ben sottolineato María Cecilia Graña nell’introduzione a La piena, nella capacità dell’autore argentino di muoversi tra diversi generi letterari.
Una mobilità in grado di offrire al lettore una doppia – e piacevole – confusione o, per essere meno netti, un doppio disorientamento: da un lato, quello proprio del genere fantastico, in cui l’opera si inserisce per mero spirito macro-tassonomico, in grado di rompere le normali percezioni (leggi scientifiche o razionali) del lettore per sostituirle con l’inaspettato, il perturbante, il folle o l’imponderabile; dall’altro, le molteplici letture, la mancanza di una filiazione immediatamente riconoscibile e riconducibile a un genere in particolare.
[…] La commistione dei generi cara a Dámaso Martínez è frutto della scuola letteraria rioplatense (ma è possibile identificarla come una dinamica di produzione letteraria latinoamericana in generale) che vede precursori fondamentali come Jorge Luis Borges, Leopoldo Lugones, Horacio Quiroga e, in particolare, Domingo Faustino Sarmiento nel XIX secolo. Si tratta di una forma consolidata all’interno della tradizione ispanoamericana, a volte non valorizzata a sufficienza dalla critica.
Accostare, dunque, Dámaso Martínez a due nomi importanti della letteratura argentina recente come Saer e Piglia non è un mero atto celebrativo da collocare alla fine della traduzione di un suo romanzo. Significa individuare una tradizione o una corrente (nel caso lo fosse, priva di manifesto programmatico) letteraria nazionale nella quale il nostro autore occupa uno spazio rilevante.


Tratto dalla Postfazione di Marcella Solinas, traduttrice e curatrice dell'opera.

Ceneri nel vento di Carlos Dámaso Martínez è reperibile sul sito di Edizioni Arcoiris al seguente link: 


giovedì 5 luglio 2012

"La piena" visto da Blow Up

L'argentino Carlos Dámaso Martínez, classe 1944, esordisce in Italia con una raccolta di racconti che mescolano fantastico e noir. Un volume davvero fuori dagli schemi, proposto come primo titolo di una nuova collana ("Gli eccentrici", appunto) che varrà la pena di tenere d'occhio nei prossimi mesi. La piena è il primo e più lungo dei cinque racconti, una nouvelle di cinquanta pagine che dà il titolo alla raccolta. Ambientata in una località di montagna della provincia di Córdoba, la storia narra il ritrovamento di un'enorme cavalla bianca arenatasi sulla sponda di un fiume dopo un'ondata di piena. Un locale politico/affarista mette in pratica un ingegnoso metodo per preservare dalla putrefazione il cadavere dell'animale diventato nel frattempo una fruttuosa attrazione turistica mentre l'io narrante indaga sulle origini di questo misterioso essere. Un efficacissimo incipit per trascinare il lettore in un mondo fatto di storie in cui gli elementi perturbanti, dopo aver suscitato il consueto iniziale stupore, vengono fagocitati dalla realtà e sortiscono quindi due effetti fondamentali. Da un lato l'oggetto destabilizzante fantastico si sottomette a cinici bisogni dell'uomo (guadagnare denaro oppure procacciarsi del sesso), mentre dall'altro può essere avvertito dal lettore come ulteriormente pericoloso perchè difficilmente riconoscibile. E' il caso di altri due racconti, Come una visione e Incontri velati, dove addirittura l'ingresso in dimensioni fantastiche è marcato da comunissimi mezzi di trasporto pubblico (metropolitana o autobus). Narrazioni bizzarre che però non rinunciano a pescare dai temi classici (in Il resoconto impossibile, ad esempio, ci si domanda cosa ci sia dopo la morte). Anche i fantasmi, altri personaggi tipici di questo tipo di storie, fanno la loro comparsa nel volume, in quanto rappresentanti di quella violentissima storia del 900 che dalla memoria continua a terrorizzare l'immaginario quotidiano degli argentini.

Alessio Mirarchi, Blow Up 170-171, Luglio-Agosto 2012, p. 173

sabato 19 maggio 2012

"La piena" su Venerdì di Repubblica

La piena è il racconto più lungo che dà il titolo a questa raccolta di cinque dell'argentino Carlos Dámaso Martínez, nato nel 1944 a Cordoba, e tradotto in Italia per la prima volta. Le sue sono storie che oscillano tra il fantastico e il noir: come mettere insieme lo Swift di Gulliver, Edgar Allan Poe e i fantasmi della dittatura militare. Il risultato è originale. Da scoprire.
(Dario Pappalardo)
Venerdì di Repubblica 18.05.2012

venerdì 20 aprile 2012

Quel che resta quando l'acqua dolce si ritira

I matti del nostro immaginario classico sono carosello e forca, perché in loro vive la contraddizione dello sguardo altrui; i matti posseggono l’inconciliabilità tra il dentro e il fuori. E hanno viaggiato lungo i fiumi, lasciati all’indifferenza della corrente e delle acque, solo dopo sono stati rinchiusi. La nave dei folli, quella di Sebastian Brant e di Hieronymus Bosch trascina con sé il vizio e la sfida, il residuo di una verità sopravvissuta sul bordo della nostra realtà mondana. Questa nave, come più di recente sostiene Michel Foucault (2011), vive e incarna una delle nostre “grandi narrazioni”, e il fiume, mito universale da quando l’uomo ha preso a respirare, trasporta e accoglie l’incomprensibile, seppure lo segrega e lo localizza nel breve volgere di un tragitto obbligato, benché lungo. Così nel fiume non c’è solo l’infinito mito eracliteo del tempo, c’è anche la parabola del confine, della zona di margine, del limite: quello spazio franco, tra una certezza e l’altra (o tra un dogma e l’altro), in cui pullula la distanza staminale dell’alterità, della metamorfosi, del mutamento di stato.
Tant’è che in altri casi della nostra fantasia, il fiume è il veicolo della dimenticanza, oppure porta con sé i morti verso l’ultimo loro passaggio, li trascina in un letto fatto di oblio; mette in comunicazione il mondo intoccabile del sempre con quello marcescibile che calpestiamo da quest’altra parte. Il Lete e l’Acheronte sono i fiumi del passaggio, i fiumi del margine definitivo, quello irreversibile che soltanto Orfeo e Dante hanno avuto la sfortuna di solcare respirando. E poi lo Stige di Flegias, che porta fino ai demoni, dissimulando e accogliendo il furore delle Erinni. E poi il Cocito, con l’onnivora presenza di Lucifero. Ecco che l’innumerevole fiume del mito, come abbiamo visto, a sua volta collega altri miti: gli Aldilà classici di Persefone con i terribili Inferni medievali.
Tutto ciò è avvenuto dalle nostre parti, nelle nostre invenzioni letterarie. Ma anche altrove, per esempio nell’antica tradizione del Celeste Impero, il fiume non è da meno. Conserva nel suo letto un’anima di perla rilucente, dà forma al meraviglioso, facendosi drago nel suo spirito. Oppure, come nella cosmogonia norrena, compare negli Élivágar che condensano la vita portandola fin dalla terra di Niflheimr, dove la vita ancora non esisteva prima che tutto cominciasse, per poi rioffrirla all’eterna putrefazione di Hel.
Sicché, e veniamo a noi, data l’universalità di questo mito di margine così fertile per la struttura del pensiero, ci capita spesso di ritrovarlo nascosto altrove, anche tra le righe di un racconto argentino della fine del Novecento, a spasso tra il fantastico, il meraviglioso e l’assurdo. Ne La piena di Carlos Dámaso Martínez, racconto che dà il titolo all’omonima raccolta pubblicata in Italia da Arcoiris, c’è un fiume che si pone come margine tra due mondi. Non due mondi fisici, fatti solo di materia e contesto, ma due mondi diversi di pensiero: ossia due modi di leggere (letterariamente) la realtà. Qui il fiume non porta solo morte, ma porta un’altra morte, una morte impossibile perché correlata a una vita impossibile: dopo una violenta piena, ritirandosi, le acque lasciano emergere un’enorme cavalla bianca – esageratamente più grande dei cavalli parlanti di Swift (2009), che pure già avevano solcato il suolo del fantastico –, spiaggiata senza più respiro nell’ansa di un fiume nella provincia di Córdoba, Argentina. Una cavalla tanto grande da suscitare inizialmente negli uomini, nonostante essa non abbia più vita, timore e sguardi interrogativi. E d’altronde sta proprio nel timore, nello spaesamento della paura, uno degli assi principali della strutturazione del fantastico (si vedano, in proposito, diverse posizioni: Todorov, 2000; Ceserani, 1996; Roas, 2011). Una paura, ci ricorda Tzvetan Todorov (2000), che spesso nel fantastico si dà il cambio con altre esperienze di margine, come quelle psicotrope o quelle psicotiche (e qui per un attimo si ritorni alle battute iniziali di questa riflessione).
Una cavalla enorme, dicevamo, e morta. Arenata sulle sponde di un corso d’acqua. Inoltre, cosa ancor più bizzarra, aliena alla ragione biologica della putrefazione. Una morte che resta, sempre attuale nell’ultimo atto della vita: una morte candida come il manto della bestia e come l’ingiustificabile assenza di bigattini. Non un animale impagliato, ma una bestia ferma, viva in un poco fa che nel racconto durerà per mesi.
Non c’è spiegazione a questo prodigio, e nessuno, dopo l’iniziale paura interrogativa, la cerca lungo gli argini del fiume; anche il protagonista del racconto, che pure più degli altri vuole sapere e indagare, s’abbandona poi all’evidenza del fatto. La cavalla è lì e non si decompone, la cavalla è lì, punto e basta: ci si ferma con la paura, con l’interrogazione. E così il prodigio diventa materia per turismo, immagine da cartolina, spettacolo della domenica, come tante altre nella nostra realtà, non è il caso di snocciolarle tutte. Fino a quando un altro prodigio, un’altra piena, non ne trascina via le carni oramai incomprensibilmente fattesi come di polvere, lasciando alle sponde solo uno scheletro gigantesco, che pure rientrerà nella realtà di tutti i giorni, materia preda di artigiani e costruttori. Materia che, nel suo rientrare totalmente nel reale, diventerà manufatto, opera dell’uomo, totalmente organica alla sua realtà.
Ecco uno dei motivi che possiamo trarre da questo racconto: il fantastico, tramite il fiume (che è l’universale mito del margine), rientra nella nostra realtà, in una zona per di più minima e provinciale della stessa, e contamina il mondo degli osservatori; ma, e questo è un grosso pregio che si deve al racconto La piena, dopo poche battute è la realtà che si riappropria del fantastico, facendola rientrare all’interno delle sue stesse trame, delle sue stesse teorie, del suo stesso modo di vedere le cose. Con il fantastico, la realtà crea manufatti, rovesciando in un certo modo i termini di un tema già classico, presente, per esempio, nell’invasione silenziosa dei hrönir provenienti da Tlön (Borges, 2003). Come il fiume nelle piene, come le sue acque puntuali o meno, la realtà ritorna, inghiottendo (e pure con una certa arroganza) l’elemento fantastico, rendendolo quotidiano, scontato. E proprio come il mito del fiume, il gioco tra reale e fantastico, una volta aperte le chiuse che separano i due mondi è di contaminazione reciproca, ininterrotta soltanto perché esistono le possibilità. Sicché domani, per quanto ci è dato sapere, in una qualsiasi curva di un qualsiasi fiume appena dopo una piena, un qualsiasi Houyhnhnm potrebbe incontrare, arenata sull’argine, la mummia di un gigante senza più vita.


lunedì 13 febbraio 2012

La piena - Scrivere è un sogno che inquieta ma porta consiglio

Non c’è una sola cosa al mondo che non sia misteriosa: Jorge Luis Borges  ci avvertì per tempo a noi profani.  Figuriamoci se non lo sia a maggior ragione l’arte in quanto tale che si alimenta solo e soltanto di  ”irrealtà visibili” (ancora Borges), la creazione letteraria che infittisce il mistero dando spago all’ignoto il quale agisce non solo girato l’angolo, ma anche dentro casa, di più: dentro la propria anima. Frequentando il genere fantastico si inciampa nell’irrealtà, nell’inconsueto vestiti in abiti d’ordinanza. Frequentando poi il fantastico prodotto in ambito letterario ispano-americano, sorpresa,  s’incappa in una realtà che è insieme irrealtà concreta e iper realtà, miscuglio inestricabile che richiede indagini persino poliziesche. Si legga senza farsi pregare anzi di slancio che ne vale la pena e viva iddio vale la perdita di argini, La piena, raccolta di racconti dell’argentino Carlos Dàmaso Martìnez, saggista e scrittore argentino contemporaneo nonché giornalista e sceneggiatore. Le sue sono composizioni “alterate” ma non altere che senza ombra di dubbio, proprio per la loro capacità di espandere l’Ombra della realtà Borges avrebbe ospitato in quell’Antologia della letteratura fantastica che con l’amico letterato Adolfo Bioy Casares e sua moglie, la poetessa Silvina Ocampo realizzò alla fine degli anni ’30 in base alle predilezioni letterarie condivise. La piena (titolo originale La creciente) è stata pubblicata in Italia dall’intraprendente casa editrice salernitana Arcoiris nella collana diretta da Loris Tassi e a giusto titolo definita ‘Gli eccentrici’ e si gusta nell’apprezzabile traduzione di Francesco Fava e Giulia Failla. 
Cosa accade dunque in questi racconti? Per sommi capi, salta decisamente il senso delle proporzioni, salta la dimensione spaziotemporale consueta, salta l’identità apparente ma anche presunta, lo straordinario si immette nell’ordinario; si è qualche volta immersi in un lucido delirio onirico, comunque in una nitida dimensione ipnotica (ancora Borges: ‘la letteratura non è altro che un sogno guidato’), salta l’abitudine, la seduzione femminile ha una valenza magica. La piena è il racconto d’apertura che dà il titolo alla raccolta e ci catapulta in un paesaggio argentino in cui all’improvviso si materializza portata dal fiume straripante una gigantesca cavalla bianca morta. “Ombra gigantesca e iperbolica, ‘spazio scuro e sconosciuto’, il carattere sinistro dei fatti, delle persone o degli animali appare caratterizzato dall’enormità”, scrive nella suggestiva introduzione Maria Cecilia Graña. La realtà, non cercate di contenerla in argini, straripa sempre come le acque di un fiume. Ma l’animale fantastico dopo aver spaventato, turbato, incuriosito, dopo essere stato calpestato e visitato, viene “normalizzato” da chi addirittura tenta di utilizzarlo per fini turistici, di sfruttarlo economicamente, di mummificarlo così che sia redditizio per sempre. Damaso Martinez sa mescolare con maestria il fantastico al poliziesco e così l’evento soprannaturale diventa oggetto d’indagine da parte del protagonista del racconto che si muove nella matassa di un sogno che però, malgrado l’indagine, non si sbroglia. Eccetto se non si spieghi tutto risalendo al nome della località da cui viene la gigantesca cavalla trascinata dal fiume, I giganti, o immettendosi in una dimensione meta letteraria: “Non potei fare a meno di pensare a Moby Dick“, dice il protagonista.
Nel mondo di Damaso accade anche che si comunichi l’indicile come nel Resoconto impossibile dove il protagonista intraprende un viaggio nell’al di là per darne notizia ai lettori. Se non che, a parte l’uso simbolico e ricorrente dell’acqua, del bianco, della luce, a parte l’enormità stavolta di una camera d’aria galleggiante e la presenza di corvi sinistri, i limiti si perdono e non si può davvero fare rientrare un’esperienza oltre i limiti quale la morte è in qualche categoria consueta. L’enormità è indizio di una realtà che sfugge ai criteri ordinari. Nel racconto Come una visione un giardino smisurato contiene una gabbia altrettanto eccedente che custodisce un condor: evocatore di qualcosa di straordinario o terribile. Questo bestiario diffuso che sparge inquietudine, paura, discontinuità ha legami di parentela con lo scarafaggio di Kafka, le labrene, le blatte e i lupi mannari di Tommaso Landolfi ma rimanda pure, ancora una volta, al Borges del Manuale di zoologia fantastica. Appartengono alla stessa famiglia e si manifestano in formato extra-large forse per svelare la nostra microscopica radura di vita. Tutto in una cornice in apparenza familiare e conosciuta mentre si è immersi nello svolgimento consueto della vita quotidiana. Negli Incontri velati si palesa la questione dell’identità e del doppio:un uomo vede un suo antico compagno nelle sembianze uguali  a quelle di 18 anni prima, come se il tempo per lui non fosse mia passato. E qui la meta letteratura spiega: “Pedro il giovane, l’eterno, il Dorian Gray di questa storia”.  Tutto sembra un grande equivoco o un sogno. Forse l’amico è un desaparecido perché molti sono i riferimenti alla storia argentina in questi racconti; certo è che il protagonista si ritrova in una casa che per forme e caratteristiche pare visione di un sogno o somma di carte dei tarocchi, popolata da un’umanità equivoca, e viene sedotto dalla moglie dello strano Dorian Gray perché anche lei stenta a riconoscere suo marito e cerca altri piaceri. Tutto può essere solo ‘una perfetta allucinazione’ o un continuo passaggio di stato fino a che non si scivoli da dove si è venuti. Passando da I giorni dell’Eden (racconto che chiude il libro) al ricordo, allo stato di congiunzione di essere e non essere. E scrivere “non è niente più di un sogno che porta consiglio” (Borges).

Piera Lombardi, AtlantideZine, 12 febbraio 2012

mercoledì 18 gennaio 2012

l'Arcoiris scommette sugli ispanoamericani

"Il 2012, per gli appassionati di letteratura ispanoamericana, inizia con due nuove collane della casa editrice salernitana Arcoiris: "La battaglia dei libri", che accoglie saggi su autori ispanoamericani, inaugurata dall'interessante volume di Livio Santoro "Una fenomenologia dell'assenza. Studio su Borges", e "Gli eccentrici", destinata a far scoprire al pubblico italiano aspetti della narrativa ispanoamericana rimasti finora nell'ombra. Il primo libro uscito in questa collana è "La piena" di Carlos Dámaso Martínez (traduzione finanziata dal Ministero degli Affari Esteri, del Commercio Internazionale e del Culto della Repubblica Argentina). Non poteva essere esordio migliore. Dámaso Martínez è uno scrittore e critico argentino divenuto di culto nel proprio paese in seguito alla pubblicazione, nel 1982, di Hay cenizas en el viento, intenso romanzo che prende spunto da un verso di Borges per raccontare gli anni dell'ultima dittatura. La piena, uscita in Argentina nel 1997 con la prestigiosa casa editrice Beatriz Viterbo, è, come afferma María Cecilia Graña nell'introduzione, una raccolta "di particolare interesse per il lettore italiano in quanto in alcuni racconti viene mostrato uno squarcio paesaggistico, sociale e linguistico della provincia argentina, altrimenti poco rappresentata nelle narrazioni tradotte in Italia". Ciò è evidente nella nouvelle che dà il titolo al libro, una perfetta commistione di fantastico e poliziesco in cui si racconta di un'inondazione che trascina a valle un "enorme" e inquietante mistero da svelare. Non meno intensi sono i racconti che seguono: l'allucinato Il resoconto impossibile, splendido omaggio allo scrittore uruguaiano Horacio Quiroga, Incontri velati, quasi una storia alla Dorian Gray, in cui l'annullamento della temporalità e il tema del doppio incontrano l'atroce realtà della dittatura del '76, e I giorni dell'Eden e Come una visione, in cui la fascinazione esercitata sui protagonisti dalle figure femminili si inserisce in una cornice di grandi sconvolgimenti storici. In Dámaso Martínez ogni dettaglio descrittivo, ogni evento, ogni situazione solletica il lettore, tenendolo sul filo passo dopo passo, come se qualcosa di sconcertante dovesse avvenire nella narrazione da un momento all'altro. Come nel caso di Bolaño, si potrebbe parlare forse di una poetica dell'incompiutezza. Anche in Dámaso Martínez l'epifania non si manifesta mai nel testo, ma solo nel lettore".

Recensione di Emanuela Guarnieri comparsa su "Roma" sabato 14 gennaio 2012

venerdì 23 dicembre 2011

"La piena" di Carlos Dámaso Martínez

“Ancora una volta arrivavo a godere di un momento – come spiegarlo –, di una situazione sorprendente, quasi inattesa, ma che in qualche modo esisteva in me come un’impronta diffusa, come una bruma a lungo desiderata che, un po’ come l’oscillazione del tergicristallo, andava aprendosi a ondate su un sentiero che non aveva ancora un punto d’arrivo o una destinazione ben chiari”.

Con immenso orgoglio presentiamo “La piena” di Carlos Dámaso Martínez (titolo originale La creciente), primo volume della Collana Gli eccentrici diretta dal prof. Loris Tassi (docente di letterature ispanoamericane all’Università Orientale di Napoli), tradotta dallo spagnolo da Francesco Fava e Giulia Failla, con introduzione della prof.ssa María Cecilia Graña, docente di letterature ispanoamericane presso l’Università di Verona. La traduzione di quest’opera è stata resa possibile dal contributo del Programa Sur, indetto dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Argentina e che mira a diffondere la letteratura argentina in tutto il mondo.

Riportiamo di seguito alcuni passi dell’introduzione della prof.ssa María Cecilia Graña: “I racconti e i romanzi di Carlos Dámaso Martínez (Córdoba, Argentina) si muovono tra generi diversi e creano nella loro prassi narrativa la propria teoria. Dámaso Martínez costruisce un tessuto discorsivo originale che di solito si apre o viene innescato da qualche stimolo della realtà, si mescola con questioni autobiografiche, fa slittare i confini tra i generi e si lascia condurre o si distanzia da un insieme di letture legate all’argomento portante.
La piena è costituito da quattro racconti (“Come una visione”; “Il resoconto impossibile”; “Incontri velati” e “I giorni dell’Eden”) e una nouvelle (“La piena”) che apre il volume. La raccolta è di particolare interesse per il lettore italiano in quanto in alcuni racconti viene mostrato uno squarcio paesaggistico, sociale e linguistico della provincia argentina, altrimenti poco rappresentata nelle narrazioni tradotte in Italia. Inoltre la serie di testi, dalla struttura molto accurata, offre una modulazione peculiare del genere fantastico (genere del quale Carlos Dámaso Martínez si è occupato anche come critico), al quale le epigrafi fanno riferimento.
Di solito, la spazialità delle narrazioni si riferisce a Buenos Aires e Córdoba. Tra le due città appare una dialettica evidente in “La piena”, perché il narratore protagonista va e viene dai due luoghi; e, anche se in “Come una visione” lo spazio non è particolarmente identificato (sebbene ci siano indizi per dire che è Buenos Aires, perché si parla della «strada più lunga del mondo», cioè la Avenida Rivadavia), pure in esso si trova un condor che è stato portato da Córdoba. Invece in “Incontri velati” tutto avviene a Buenos Aires, e lo dimostrano i riferimenti concreti a quella città: la Plaza de Mayo, il Bar Británico, il Parque Lezama, la strada Necochea, l’Hospital Argerich. Ne “I giorni dell’Eden” siamo nelle sierras di Córdoba, spazio segnalato, nel racconto, da due toponimi: Cruz del Eje e La Falda.
La spazialità segna, come è stato detto, la curata composizione del volume La piena: «La lettura mette in evidenza un itinerario interno significativamente chiastico: il primo racconto si svolge nelle sierras cordobesi così come l’ultimo; il secondo e il penultimo sono ambientati a Buenos Aires e il terzo racconto, che occupa il centro del libro, sospende i riferimenti spaziali e mostra una zona geograficamente indefinita...».
È noto che la letteratura fantastica ritaglia la realtà che rappresenta a partire dal nostro mondo; ma quell’immagine crea uno scarto rispetto al reale così come lo conosciamo, scarto che il lettore avverte anche grazie allo sguardo di stupore, sorpresa o terrore dei personaggi o del narratore del testo. E quei testimoni di qualcosa che esula dal loro (e dal nostro) paradigma di realtà rimangono spaesati e afasici, molte volte incapaci di utilizzare l’unico strumento che potrebbe spiegare ciò che è indicibile. Ma il racconto fantastico è appunto una narrazione raccontata da chi ha assistito a qualcosa di strano, di bizzarro, di meraviglioso o di così impossibile che non riesce a farlo entrare in categorie conosciute.
All’atmosfera fantastica contribuisce nei racconti l’attrazione erotica esercitata dai personaggi femminili sui maschili, una sorta di incantamento ipnotico. Così l’erotismo si lega a una storia di iniziazione in un albergo elegante, che con il passare del tempo è diventato l’ombra di ciò che era nella Belle époque, mentre i protagonisti di quel ricordo sono intravisti oggi come dei fantasmi nella memoria del protagonista, ora adulto (“I giorni dell’Eden”). Qualcosa di simile succede in “Incontri velati”, perché l’incontro del protagonista con un amico dopo anni di distacco è sconvolgente, in quanto l’amico forse un desaparecido riappare come un Dorian Gray, uguale fisicamente a com’era anni addietro. Questo «spettro conservato nel ricordo», porta il protagonista a visitare una casa di strane dimensioni e forme, dove le stanze sono occupate da una variegata e surreale umanità.
Ne “I giorni dell’Eden” e “Incontri velati” la storia argentina preme dietro la narrazione: il peronismo nel primo racconto, la dittatura del ’76 nel secondo. Il passato, che sfuma nei ricordi di quello che era successo nell’albergo Eden, si introduce come un lampo nella mente del protagonista del secondo racconto, e allora tutto sembra un’altra cosa e la stessa: l’amico di oggi è come l’amico del passato, le facce di altri amici che lui gli presenta sono equivocamente come le facce di amici suoi che pure non ricorda più bene, le donne di una stanza sembrano prostitute anche se si dice siano attrici che stanno facendo le prove, e così via. Se il tempo degli avvenimenti fantastici, surreali o meravigliosi sembra sfumare nell’incertezza e nello sconfinamento, lo spazio dei due racconti è invece molto dettagliato e particolarmente referenziale: mentre la categoria di tempo diventa sempre più sfumata, quella dello spazio si concretizza sempre di più.
Come dicevo, il genere fantastico appare con una modalità diversa in “La piena”: un narratore omodiegetico riceve informazioni da diversi testimoni su un fatto soprannaturale e sui fenomeni a esso collegati, e la ricerca che ne consegue, a volte, mescola il fantastico con il poliziesco. La storia appare strutturata in un primo livello narrativo che si riferisce al momento nel quale si ricorda, e in questo ricordo si inseriscono diverse narrazioni secondarie, alcune in discorso diretto e altre in discorso indiretto, alcune che rispondono al principio di verosimiglianza interna e che si legano allo sviluppo “poliziesco” del racconto, e una che nel voler spiegare l’origine dell’evento fantastico diventa fabulazione esplicitamente finzionale, al punto che il narratore di essa, Aguilera, la definisce come “leggenda”. Risulta evidente che nella nouvelle, con la modalità caratterizzante i testi postmoderni, il fantastico si intreccia con altri generi (il poliziesco, il leggendario) citando esplicitamente il testo che ha fornito il motivo “straordinario”: Moby Dick.
Il fenomeno soprannaturale o strano non irrompe nella scrittura in maniera imprevista: lo scrittore lo inserisce molto gradualmente nella narrazione. Prima lo suggerisce in maniera indiretta, mostrando come il narratore si vedesse camminare nelle immagini televisive «lungo una superficie bianca e umida»; il lettore ancora non sa cosa sia quella superficie caratterizzata dal colore bianco e dall’umidità, ed è possibile che non presti attenzione a questo indizio, visto che il narratore sembra renderla analoga alla neve quando aggiunge che si vedeva «come un alpinista in cima a una montagna».
E dopo che l’eccezionale straordinarietà dell’evento va diluendo nella quotidiana organizzazione turistica l’aspetto sinistro che l’aveva connotata inizialmente, il narratore, attraverso una visione, sposta la perturbanza del fantastico alla risoluzione di un enigma poliziesco.
In Carlos Dámaso Martínez il genere fantastico si presenta modulando alcune varianti: se tutte le narrazioni, eccetto “Il resoconto impossibile”, si sviluppano dentro l’ambito familiare e conosciuto, ciò che è minaccioso e perturbante è come se in alcuni racconti si fermasse, proiettando soltanto un’ombra sulla soglia del paradigma del nostro mondo. Il genere fantastico implica il districare una matassa, dispiegare un groviglio la cui materia ha lasciato una serie di indizi perturbanti nella narrazione, sebbene questo dispiegamento porti non a una conoscenza, ma a un blocco conoscitivo. Tuttavia l’impulso narrativo che il fantastico ha dato allo sviluppo del racconto continua a funzionare, perché nella seconda parte del testo c’è uno spostamento dello sguardo del narratore verso un altro enigma, che inaugura un’indagine poliziesca
Attraverso questa maniera di portare avanti lo sviluppo narrativo di “La piena”, Carlos Dámaso Martínez mette in discussione le categorie tradizionali del fantastico, mentre con altri racconti (“Il resoconto impossibile”, “Incontri velati”) si sofferma su tematiche tradizionali del fantastico (come la vita nell’aldilà, il doppio e l’annullamento della temporalità), o piuttosto (ne “I giorni dell’Eden” e “Come una visione”) ravviva l’erotismo su cui si fondava un romanzo fantastico come Manoscritto trovato a Saragozza, lasciando il lettore su una soglia incerta tra il passato e il presente, la verità e la menzogna”.

martedì 20 dicembre 2011

Istantanee d’Inquietudine - anteprima

La strega


...Sazia dopo essersi mangiata Hansel e Gretel, abbandonò in tutta fretta la casetta di cioccolato per accorrere al palazzo di una bella principessa e consegnarle un fuso che la fece addormentare, da lì alla casa di una certa Cappuccetto dove la informarono che arrivava tardi e che al suo posto avevano messo un lupo, correndo raggiunse il bosco per trovarsi con Biancaneve e darle una mela avvelenata… A casa, si tolse le pesanti scarpe, e mentre riposava sulla sedia a dondolo pregò dio che arrivasse presto il realismo…

A volte le streghe si stancano del loro lavoro e a volte reale e fantastico s’intrecciano in nodi difficili da districare. A volte chi legge può perdersi in labirinti di luce e ombra e non saperne più uscire.  Spesso nei racconti di Norberto Luis Romero tutto questo può succedere.
Norberto Luis Romero, autore di questo microracconto, è nato a Córdoba, Argentina, nel 1951. Dal 1975 vive in Spagna. Scrive racconti e romanzi, oltre a essere regista. I suoi racconti sono pubblicati su prestigiose riviste e antologie in Spagna, Argentina, Messico, Cile, Perù, Canada, Stati Uniti, Italia, Francia e Germania. La sua opera ha ricevuto numerosi riconoscimenti sia per lo stile diretto e icastico, sia per la tematica audace e non convenzionale.
Un’antologia di suoi racconti intitolata Istantanee d’Inquietudine uscirà prossimamente nella collana Gli Eccentrici (primo volume della collana "La piena" di Carlos Damaso Martinez) della Edizioni Arcoiris.


Dajana Morelli