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mercoledì 5 febbraio 2014

Odore a. Torino-Caracas senza ritorno

L’amico sconosciuto

Scrivere una prefazione a questo libro di Antonio Nazzaro non è semplice. Non solo perché Antonio Nazzaro per quel po’ che lo conosco non mi pare tipo da prefazioni, preamboli, premesse. E’ uno che ama arrivare al dunque o provare ad afferrare il nocciolo in fretta. Non per smania o per nevrosi (si vedrà qui che il tempo per lui è un movimento vario, pieno anche di lentezze, di lunghi piani-sequenza).
Insomma non è facile soprattutto perché questa scrittura non sopporta nulla se non la propria necessità, la forza che appare come debolezza strutturale e stilistica e invece trascina il lettore in una specie di mantra, di ripetizione e approfondimento.
Il cui fuoco è la scoperta di un’altra specie di memoria. “Ricordare il presente”, dice a un certo punto chi parla nel testo (una voce, un protagonista, l’autore, chi?).
Come se il presente nel suo stesso accadere fosse al tempo stesso terra da scavare, cielo da viaggiare, e paesi e città. “E non una vita soltanto”, dice in un suo verso da me rubato come titolo di un libro di viaggi nella letteratura. E qui, dove Torino, Caracas, il suo monte Avila, il volto nello schermo del PC, e altre cose sembrano sovrapporsi come veli su veli, la memoria e il presente convivono. Perché un uomo è questa convivenza, “In me abitano moltitudini”, diceva più o meno il vecchio Walt Whitman, immortalato da Federico Garcia Lorca come “vecchio pederasta con la barba piena di farfalle”. E Arthur Rimbaud fu fiammante nel dire, ben prima di ogni presunta scoperta freudiana, “J’est un autre”, io è un altro.
Le citazioni dei poeti non servono solo ad ancorare la scrittura di Antonio Nazzaro in una questione che da secoli agita gli scriventi perché agita i viventi, ma anche per segnalare la natura di poesia accennata di questo andare avanti per prosa e per ripetizioni. Come una poesia intimidita.
Topo Gigio, la Carrà, il padre Nano e Mago, Porta Palazzo, la metro di Caracas, tutto è possibile materia di visione per Antonio Nazzaro. Con tracce di surrealismo senza enfasi (quella tazzina che “ha occhi di poliziotto”) e con tracce di passione civile non sopita (l’Italia non è nostalgia ma “memoria tradita”, e memoria vuol dire appunto presente e passato insieme) la scrittura di Antonio Nazzaro è tesa a tracciare una strana mappa. Mappa di sorrisi, di fantasmi, di presenze, ma soprattutto mappa di occhi: “per trovarvi la vita devi andarvi quasi al fondo”. Che sono i suoi pozzi di viandante. Occhi pieni di crack o occhi di persona amante, occhi di niente, occhi che vedono il cielo toccato dall’Avila o il niente.
[…] Chi come me conosce Caracas e Torino sa che i pochi cinematografici tratti che ne dà Antonio ritraggono l’anima dei due posti. Ma lo scopo non è descrivere l’ennesima storia di un italiano in viaggio verso un altrove che è sempre fonte di meraviglia (poiché l’italiano ha poche virtù, ma una certo è la meraviglia – anche se si trattiene dall’esprimerla. Da tale meraviglia nasce l’arte come la voglia di intraprendere qualcosa. Senza meraviglia non nasce l’impegno. In questo libro pieno di meraviglia dura, di memoria meravigliata e offerta, c’è il motivo del tanto impegno di Antonio Nazzaro. E di quelli che come lui non cessano di cercare l’amico sconosciuto.
Davide Rondoni


Odore a. Torino-Caracas senza ritorno di Antonio Nazzaro è disponibile sul sito di Edizioni Arcoiris al link 




giovedì 26 gennaio 2012

Tassisti a Caracas?

Caracas, 14 novembre 2004
Tassisti a Caracas?
Visto che il tassimetro non esiste, il prezzo lo contratti prima. Devi simulare l’accento venezuelano, guai a farti scambiare per un gringo. Più difficile ovviamente se sei straniero, hai capelli biondi e occhi chiari. Ma col tempo, si sa, le tecniche si affinano, la metamorfosi  momentanea si perfeziona.
Allora prepari allo specchio il profilo più venezuelano che hai, lo sguardo più venezuelano che hai, e ti accosti con molta circospezione alla macchina, evitando che la conversazione duri troppo tempo, e assicurandoti che avvenga con modi spicci. Ripetiamo, il rischio è di essere scambiato per un possessore insano di dollari, e il prezzo lievita (gringo, ricordate questa parola, sentendovela gridare addosso per strada). Dimenticatevi il tassista che conosce tutte le strade, vi apre lo sportello, che ha un satellitare, che mette su una bella musica per farvi compagnia.
L’avventura che affronterete nello sporgere un dito per strada sarà o una normale passeggiata, o qualcosa di diverso e magico? (magico? sei sicuro? No!). Come lanciare i dadi. Perché questa città è così, un teatro all’aperto, un po’ tragico, un po’ comico, ma sicuramente surreale.
Certo il tassista sarà perfetto e il servizio impeccabile, perché a volte accade anche questo. Ma il tassista potrebbe non conoscere la strada dove dovete andare: per fare quel lavoro non ha dovuto fare nessun corso, né chiedere alcuna licenza. Una macchina, un cartello con su scritto taxi, e anche un reperto archeologico, con le gomme non equilibrate, che traballa e caccia fumo nero, può trasportarti nelle notti insonni di Caracas.
La regola vorrebbe che i taxi sono solo quelli con la  targa gialla, una specie di licenza necessaria ma non necessaria. Una spina nel fianco alla logica, al principio di non contraddizione. A non può essere B, ma un taxi può essere un taxi anche senza esserlo. Anche voi, fortunati proprietari di un’auto, potete trasformarvi in un lavoratore del caos (considerando il traffico), con la vostra semplicissima carretta. Se avete bisogno di soldi, una notte da tassista!
Il servizio non è costoso per le tasche europee, ma la qualità. Lungo la mia strada di cliente ho trovato di tutto: tassisti che fumano con te dietro, altri che mettono la musica al massimo (reggaeton a palla), altri che non sapendo dove andare si arrabbiano con te: “ma scusi? Il tassista non sono mica io?” “Però tu non sai dove andare?” “ Ma io ti dico la strada, mica anche come arrivarci?”.
Tassisti, una nuova soap opera. La cosa più eccitante? Che a volte non vogliono accompagnarti: si annoiano di stare nel traffico, o non vogliono andare in posti pericolosi. Ma non finisce qui. Non azzardatevi a fermare il tassista se siete due uomini o più e avete un aspetto poco convincente: scapperanno, perché loro, lavoratori nella notte, hanno una fottuta paura di vedersi derubati da finti clienti (fucking in inglese, fottuta in italiano).
Ma a volte sono i finti tassisti a cacciare dal cruscotto una calibro 8, per sottrarvi i quattro spiccioli che portate (se siete stati previdenti pochi, vi raccomando pochi). Insomma la Caracas tassistica è così. Finti tassisti che hanno paura di finti clienti, veri tassisti che hanno paura di veri clienti, finti tassisti che hanno paura di veri clienti, veri tassisti che hanno paura di finti clienti. Una psicosi totale. Tutti tassisti tutti ladri. Uno, nessuno, centomila.

di Piero Armenti, "L'altra America. Tra Messico e Venezuela storie dell'estremo Occidente", pp. 37-39

mercoledì 25 gennaio 2012

Confini e frontiere - Junot Diaz e i dominicani di New York

“Junot Díaz e i dominicani di New York” di Piero Armenti, pp.137-149


Óscar Wao è poco conosciuto in Italia, ma chi entra nelle librerie di New York vedrà primeggiare tra gli scaffali il volume The Brief Wondrous Life of Óscar Wao o nella traduzione spagnola La breve y maravillosa vida de Óscar Wao. Junot Díaz è l’autore. Giovane scrittore quarantenne nordamericano, scrive in inglese ma parla di America Latina, o meglio di quella parte caraibica a cui è legato: la Repubblica Dominicana. Ha vinto con la tragica storia di Óscar Wao il premio Pulitzer, il più ambito per gli scrittori nordamericani, che consacra la fama verso il grande pubblico. La sua fortuna letteraria dipende proprio dall’oggetto delle sue attenzioni: i dominicani negli Stati Uniti proprio mentre l’emigrazione dal subcontinente verso il vicino del nord è diventata attualità nell’agenda politica, soprattutto per i problemi legati ai clandestini.
La realtà latina negli Stati Uniti confonde diverse generazioni tra loro, ne esce fuori una latinità made in Usa molto articolata. L’emigrazione latinoamericana attuale, con i suoi aspetti tragici, incrocia chi è emigrato anni addietro, le cui seconde generazioni sono ben integrate nel circuito cittadino, ma soprattutto sono in aumento. Come riporta un grafico del “New York Times” la quantità di persone nate fuori dagli Stati Uniti, che ora ha più di 65 anni, ha visto impennare proprio los latinos, e i loro figli oramai si avviano verso la quarantina, l’età anche di Junot Díaz. Si scopre così che rispetto a quaranta anni fa, gli europei sono la metà (anche gli italiani passano da quattrocentomila a duocentomila). I messicani raddoppiano. I canadesi rimangano stabili. I sudamericani decuplicano. E gli asiatici? Decuplicano anche loro. Aumentano anche australiani e africani, ma in pratica l’ultima emigrazione viene da Asia e Sud America.
L’impennata dei numeri fa nascere e crescere un timore ossessivo criptorazzistico difficile da essiccare in un’analisi lucida. Il timore è che gli immigrati latini non si integrino come hanno fatto altri in passato, e contendano l’egemonia dei costumi agli angloparlanti di origine bianca.
La penna di Junot Díaz ribalta l’assunto; dà spazio all’altro punto di vista, non ai minacciati, ma ai minacciosi ispanici, quasi a replicare in forme urbane e contemporanee un eterno ritorno a quell’origine americana che è lotta di bianchi contro tutti per la supremazia, ed è così che attraverso la sua penna prendono forma le paure, le speranze di una delle comunità emigranti più importanti degli Stati Uniti, quella dei dominicani. Se un libro sulla diaspora dominicana, per diaspora intendiamo il processo di emigrazione di dominicani che c’è stato negli anni Sessanta, alla fine della dittatura di Trujillo, ha tanto successo negli Stati Uniti in cui la cultura duale dominante è quella chicana, non è solo perché scritto bene, per la trama accattivante; c’è un motivo ulteriore, o un motivo strutturale che va cercato nel mercato editoriale. È da quello che bisogna partire per interpretare Junot Díaz non come un’individualità letteraria ma come frutto di un’emersione collettiva.
Negli Stati Uniti è venuto fuori un diverso tipo di lettore di origine latinoamericana: è di seconda generazione, spesso con un alto livello di studi; molti sono giovani che frequentano l’università grazie agli sforzi dei genitori e consumano prodotti culturali che aderiscono e raccontano la loro realtà che non è quella del bianco anglicano protestante che vive nella villetta a schiera, ma della vita comunitaria della periferia povera ma vitale delle grandi città, e i conflittuali rapporti con il ramo della famiglia che non è emigrato. Fa da collante la memoria del distacco, dell’immigrazione. I dominicani di seconda generazione sono duali, integrati/disintegrati a seconda del punto di vista, quasi tutti parlano spagnolo (come d’altronde Junot Díaz, che però scrive in inglese), e sono coscienti delle loro origini (potremmo dire senzienti). Questa parte della popolazione è cresciuta a tal punto da esser diventata se non egemonica nella cultura nordamericana, quanto meno consistente, tale da muovere reddito editoriale. Con queste scelte individuali, da homo consumens, vengono indirizzati gli investimenti delle case editrici, in cerca di nuovi talenti latinoamericani di seconda generazione capaci di esprimere e raccontare una identità duale.
È un trend in crescita, se analizziamo i dati demografici osserviamo come il 42% dei dominicani ha meno di 24 anni, e i dominicani (1.217.2555) sono la quinta comunità dopo messicani (28.339.354), portoricani (3.987.947), cubani (1.520.276) e salvadoregni (1.371.666). La maggiore concentrazione si trova tra New York (soprattutto il quartiere Wasghinton Heights) o nel New Jersey.
Ma al di là delle specificità, bisogna superare la semplice equazione etnico-identitaria, secondo cui Junot Díaz esprime la realtà di integrazione/disintegrazione dei dominicani. Non sono solo questi ultimi i principali fruitori dei suoi libri: negli Stati Uniti, il fenomeno migratorio è così pervasivo, determinante, che l’argomento è sempre verde per tutti, è quindi letteratura universale. Junot Díaz racconta la realtà dei dominicani negli Stati Uniti, ma per assimilazione, si potrebbe dire la realtà degli ispanoamericani negli Stati Uniti, e quindi una sfaccettatura dell’identità americana. Paradossalmente non scrive in spagnolo, si esprime in una lingua che non è quella delle origini, usa uno slang americano sporcato ulteriormente dal dialetto dominicano con cui infarcisce la sua narrativa, e la rende autentica: sono le parole che ascolta dalla nonna, è la lingua di strada: Bendición Mamí, Papi, compa’i, tío, Que dios te bendiga.
Il personaggio principale del suo romanzo è Óscar Wao, figlio di dominicani emigrati nel New Jersey. Quella di Óscar è la tipica famiglia a metà tra parenti rimasti in una Repubblica Dominicana calda, da cartolina, ma povera, e Stati Uniti raccontati come terra di opportunità. Óscar si immerge nella terra degli avi quando va a trovare le nonna a Santo Domingo, mentre la vita urbana statunitense si trascina avanti senza grandi emozioni, in quell’immensa provincia del New Jersey, che scorre liscia e moscia. Ma dietro l’apparente neutralità del tempo, si cela un trauma silenzioso. Óscar ha la sfortuna di essere brutto, in un mondo di emigranti in cui dominano donne bellissime che ballano da diosa, e veri maschi, cattivi e pieni di donne, grande orgoglio delle madri. Óscar, semplice nerd, ossessionato dai giochi di società, insegue corpi che non può avere. A ogni mossa riceve un rifiuto. Giorno dopo giorno peggiora, sprofonda nella solitudine di una vita di miserie, in cui è l’amico perfetto delle donne, ma sui cui corpi si divertono altri. Se si guarda allo specchio, vede riflesso un bamboccio troppo grasso, con un viso senza grazia, poco interessante. Per passare il tempo si getta nella narrativa: scrittore di libri di fantascienza, che non verranno mai pubblicati. La sua è una bocca che cerca labbra che non riesce a trovare. La sorella e il suo amico (vero macho) assistono impotenti alla débâcle di un giovane dominicano disperato, che tenterà anche il suicidio. È la maledizione che perseguita la sua famiglia, la malasorte, fukú, che colpisce la madre (ammalata di cancro), la nonna (altra vita di stenti) e gli altri avi, in una dissacrante riproposizione di una epopea familiare, seguendo i canoni del Márquez di Cent’anni di solitudine, ma ribaltandoli nel tragico. Ma c’è sempre un gesto eroico che può riscattare dal torpore del non senso. E anche nella vita di Óscar arriva il momento, e Junot raggiunge l’apice. Nella sua Santo Domingo si innamorerà di una donna pericolosa, consumata, di un militare, rappresentativa e caricaturale dei tropici peccaminosi inseguiti da schiere di attempati europei e nordamericani.
Fa da sfondo la Repubblica Dominicana del dittatore Trujillo (1930-1961), che dominò per oltre trenta anni il paese come padrone assoluto, circondandosi di un harem di donne bellissime a dispetto della moglie non particolarmente avvenente, un paese corrotto di cui ha fatto un ritratto, nella fase discendente della dittatura, Mario Vargas Llosa ne La fiesta del chivo.
Dalla lettura critica del testo ne deriva innanzitutto una visione caricaturale e veritiera dell’archetipo dominicano di prima generazione, trapiantato dalla povera Santo Domingo ai quartieri popolari del New Jersey. Ne esce fuori un prontuario interpretativo molto piacevole, e condizionato dal maschilismo. Il maschio, appunto, è dominante, picchia, conquista, seduce, abbandona. «Tu tá llorando por una muchacha, dale un galletazo a ver si la putica esa te respeta».  A consigliare di picchiare la propria donna non è un uomo, ma paradossalmente sono i consigli della madre al figlio, deluso per amore: picchiala per farti rispettare. Ma altrettanto caricaturale è l’immagine della donna. La dominicana picchiata e felice diventa una tipologia: «Maritza era una de esas muchachas a las que les gusta que los novios les peguen, ya que lo hacían todo el tiempo». La regola prima per una vera donna è mettere in risalto la propria femminilità con orgoglio quasi patriottico. Nella parte dedicata alla madre di Óscar si legge: «Tanto ha cambiado en estos meses, en mi cabeza, en mi corazón. Rosío me hace vestir como una “muchacha dominicana de verdad”. Ella es la que me ayuda a arreglarme el pelo y a maquillarme y, algunas veces, cuando me veo en el espejo, ni me conozco». Il clichet della figlia dominicana è altrettanto rivelatorio: è quello della schiava perfetta. «No saben lo que es ser la hija dominicana perfecta, lo cual es una forma amable de decir la esclava dominicana perfecta». Ma l’archetipo salta se ti trovi a New York, dove la donna lavora, è indipendente, le pressioni sociali e familiari diminuiscono, e allora si può aderire ad un modello di riferimento che non è più quello dominicano di provenienza, incolto e povero, della schiava, ma emancipato: la stessa sorella di Óscar vive il mutamento, e viene descritta come «una de esas dominicanas duras de Jersey, corredora de largas distancias, con su propio carro, su propio talonario de cheques, que le decía “perros” a los hombres y se comía al que le daba la gana sin una gota de vergüenza, especialmente si el tipo tenía baro». Baro sono i soldi, era ricco.
Ma da contraltare alla donna bella, felice e spesso picchiata, c’è la scena disperata che si guadagna Óscar, perché fa pena davvero un dominicano senza donne, a cui tutti dispensano i propri consigli di mascolinità, compreso il donnaiolo zio Rulfo, dal linguaggio colorito: «Escúchame palomo, coge una muchacha y méteselo ya. Eso lo resuelve todo. Empieza con una fea. Coge una fea y méteselo», un esempio di dominicano vincente: zio Rulfo ha quattro figli con tre mogli diverse, simbolo assoluto di virilità. Dunque se l’uomo dominicano deve controllare i ventri di tante donne, deve anche dedicarsi alle gioie del sesso il prima possibile, pena diventare bersaglio di scherno da parte degli amici, come si vede in questa conversazione di Óscar: «Oye, alguna vez en la vida has probado chocha? Le preguntaba Melvin, y Óscar sacudía la cabeza y le contestaba con decencia, sin importar cuántas veces Mel repitiera la pregunta. Debe ser lo único que no has comido, no? Harold comentaba, Tú no eres ‘na dominicano, pero Óscar insistía con tristeza, Soy dominicano, dominicano soy».
Sullo sfondo, coprotagonista assieme a Óscar Wao è il dittatore Trujillo. «El Dictador más Dictador de todas las Dictaduras de la Historia. Era un país, una sociedad, diseñada para que fuera prácticamente imposible escapar. El Alcatraz de las Antillas». Il dittatore diviene una caricatura crudele del tipo dominicano, è un uomo delirante nella pretesa di avere tutte le belle ragazze dell’isola, perché tutto doveva essere suo:

Trujillo pudo haber sido un Dictador, pero era además un Dictador Dominicano, lo que es otra manera de decir que era el Bellaco Número Uno del País. Creía que todo el toto en la RD era prácticamente suyo. Es un hecho bien documentado que en la RD de Trujillo, si uno era de una clase dada y dejaba a su hija linda cerca de El Jefe, a la semana estaría mamándole el ripio como una profesional […] Era parte del precio de vivir en Santo Domingo, uno de los secretos mejor conocidos de la isla.

Il dittatore è padrone di tutto, e molti sono costretti a emigrare; per il dominicano lontano dall’isola, magari sottoposto ai ritmi di vita della fredda New York, Santo Domingo, seppur povera, rimane la tappa ideale in cui trovare riparo e cura. Una verità di ritorno al piacere, alla spontaneità, che è presente nel libro di Junot Díaz (Óscar Wao d’altronde cerca lì riparo contro i suoi insuccessi sentimentali, e lì riesce a trovare il suo unico amore). Basta accendere una radio ispanica di New York, ed è facile ascoltare una conversazione del genere che riportiamo. La donna si domanda perché suo marito si comporti male tornato a Santo Domingo, insegua altre donne, la abbandoni e se ne lamenta. Con un’ingenuità tipica maschile, il conduttore difende la categoria: «Ma tu lo sai, tu lo sai quant’è dura la vita per noi a New York, costretti a lavorare tanto. Quando allora torni a casa, ben pettinato, profumato… tu sai... queste cose succedono, è normale, magari tua moglie è in famiglia, o non è venuta, ti senti forte, vuoi tornare a vivere».
Concludiamo con una domanda, è possibile considerare ispanoamericano un narratore che si esprime in inglese, e che neanche conosce lo spagnolo? Pur non volendo affrontare in questa sede questioni più complesse quali la lingua, la letteratura e l’identità, è utile dire che senza alcun dubbio l’incremento della seconda generazione di latinoamericani negli Stati Uniti è un fatto che costringe il letterato a misurarsi con un panorama dinamico e soprattutto transnazionale, in cui la letteratura latinoamericana non necessariamente sarà in lingua spagnola, ma non per questo sarà meno ispana. In tono polemico, in un’intervista a “El País”, alla domanda di cosa significasse vincere il Premio Pulitzer, Junot Díaz ha risposto: «Espero que arroje algo de luz sobre los escritores latinos de EE UU, que en mi opinión son ciudadanos de segunda en la república de las letras norteamericanas y latinoamericanas». Riguardo invece la tradizione letteraria latina negli Stati Uniti l’autore ha le idee ben chiare: «Creo que está todavía por surgir. Constituimos un canon disperso. Están los chicanos, los escritores de Nuevo México, los caribeños. Yo hablaría de textos, más que de escritores». Sarà allora Junot Díaz lo scrittore capace di capitanare la ribalta degli ispanici negli Stati Uniti? Di inaugurare una positiva stagione letteraria utile anche a condizionare l’agenda politica nei confronti degli ispanoamericani, e la loro porzione più debole: i clandestini?

venerdì 14 ottobre 2011

"L'altra America" visto da Limes


(…) Ma andiamo al libro, il cui titolo si avvicina in qualche modo a quello della presente rubrica: L’altra America Tra Messico e Venezuela, storie dell’estremo Occidente (Edizioni Arcoiris, pp.280, euro 12). “Estremo Occidente”, prima di diventare l’insegna del blog di Federico Rampini, era stato d’altronde il titolo del libro che all’America latina aveva dedicato Alain Rouquié, mentre Marcello Carmagnani ha parlato di “Altro Occidente” e Ludovico Incisa di Camerana di “Terzo Occidente”. Insomma, si gira attorno a un concetto che ormai sta diventando familiare un po’ a tutti coloro che si occupano della regione. Piero Armenti, classe 1979, uno dei due autori, è un giornalista, che ha lavorato per cinque anni a Caracas con La Voce d’Italia, giornale della comunità italiana in Venezuela.

Inoltre ha collaborato con Corriere del Ticino, Panorama e Il fatto, ma nel contempo sta anche frequentando un dottorato presso l’Orientale di Napoli. Antonio Pagliula, classe 1982, l’altro autore, è invece un laureato in Managment Internazionale, che è stato in Messico per studio e lavoro dal 2007 al 2009. L’uno pone come sua principale sfera d’interesse la rivoluzione bolivariana in Venezuela; l’altro l’economia e i mercati emergenti latinoamericani. Tutti e due hanno però approfittato della loro esperienza all’estero per raccontarla in un blog: www.notiziedacaracas.it quello di Armenti; www.verosudamerica.com quello di Pagliula. Se vogliamo entrambi titoli un po’ fuorvianti. Le notizie di Armenti non arrivavano infatti solo da Caracas, ma da tutto il Venezuela, e a volte anche da altre località latino-americane. Quanto al “vero sudamerica”, è vero che il blog si occupava massicciamente un po’ di tutta l’area. Tecnicamente però il Messico è nordamerica dal punto di vista geografico; centroamerica da quello culturale. Sudamerica, evidentemente, qui è solo quel sinonimo un po’ impreciso con cui nel corrente parlare italiano ci si riferisce spesso all’intera America latina.

Attenti, però! Per un blogger l’usare un linguaggio il più vicino possibile a quello parlato, magari con le sue imprecisioni, non è necessariamente un difetto. Armenti nell’introduzione ammette con brio che “la storia di due nanetti” contenuta in questo libro, “alcuni post rivisti di Notizierdacaracas, (altri), sempre rivisti di Verosudamerica (e) poi infine un saggio inedito sul Venezuela”, alla fine potrà pure sembrare “un po’ caotico”. Ma se è così “brinderemo con spumante italiano. È così l’America latina, è così Caracas. È così la Boglosfera, è così la traiettoria degli italiani in pellegrinaggio (laico) per il mondo”. Per la verità, la lettura delle due parti tutta d’un fiato, cosa che il sottoscritto ha fatto, potrebbe suggerire anche un’altra immagine: quella del “visto da destra visto da sinistra” già cara a Giovannino Guareschi. “Visto da destra” la parte di Armenti, e non solo per il modo in cui il modello chavista ne viene demolito senza pietà.

C’è anche un certo tipo di allegre notazioni antropologiche, che ricordano una certa verve di alcuni grandi inviati italiani del passato, da Montanelli a Pizzinelli, che alla destra si collocavano: sia pure una destra liberale. Impagabili, ad esempio, i consigli agli europei su come adeguarsi alle condizioni igienico-sanitarie locali, che d’altronde è a doppio taglio: gli europei non si capacitano dell’apparente scarsa cura dei popoli tropicali per la confezione delle vivande; ma d’altra parte per i venezuelani è dogma che gli europei puzzino, per scarsa familiarità con acqua e sapone. Il che poi interferisce anche con i consigli al maschio latino: “perché l’uomo italiano non seduce la venezuelana”. “Il fatto che il corpo della bella donna venezuelana sia formoso, fino all’oscenità, non implica che quello stesso corpo abbia voglia di tutti, e soprattutto di voi. Sedurre è un’altra cosa. In realtà pensare che il vostro sex-appeal sia un riflesso del Pil italiano, è una presunzione fuori luogo”. Insomma, non è dappertutto come a Cuba, con la sua prostituzione di massa da penuria.

Pagliula, invece, fa un po’ il “visto da sinistra”. Durissima la critica ai governi “fallimentari” del centro-destra del partito di azione nazionale messicano. Sarcastico il tono verso le “novità made in Usa” dei “muri di frontiera e torture legali”. Evidente l’attrazione per le novità dei governi di sinistra che stanno dilagando nel resto della regione. E continua anche la battaglia contro gli abusi delle multinazionali che, ricorda Armenti nell’introduzione, è valsa a verosudamerica lunghe lettere delle stesse multinazionali. Contenuti a parte, anche se Pagliula ammette di non essere un vero giornalista come l’amico Armenti, è pure nella miglior tradizione dei reporter di sinistra la cifra dell’indignazione. “Oaxaca ha paura, la si può leggere negli occhi di chiunque, dalla vecchietta del negozio all’angolo al proprietario del ristorante, passando per i commercianti degli innumerevoli mercanti che popolano la città”, annota ad esempio il 15 novembre del 2007. “Paura. Frustrazione, paralisi si percepiscono al passeggiare tra le vie della città. Molta gente sembra intimidita al parlare dei fatti degli ultimi tempi, si sente quasi impotente. Non per questo però c’è rassegnazione, anzi”.

Sono però proprio sguardo da destra e sguardo da sinistra che si fondono assieme per dare una visione d’insieme migliore, il segreto di quella visione stereoscopica che ha dato all’uomo e ai primati un vantaggio evolutivo decisivo. D’altra parte, la storia del Messico gigante petrolifero che nel 2000 manda al governo con Vicente Fox la prima alternativa neo-liberale al modello populista al potere dai tempi della rivoluzione messicana è quasi esattamente speculare a quella del Venezuela gigante petrolifero che nel 1999 manda al governo con Hugo Chávez la prima alternativa populista al modello neo-liberale che si è andato imponendo in gran parte della regione nel decennio precedente. E anche i due autori, che si proclamano appunto amici e hanno fatto questo libro assieme, finiscono in fondo per convergere. Armenti non può consentire con l’evoluzione autoritaria di Chávez e neanche con il suo disastroso dilettantismo economico, ma registra con attenzione il vuoto di programma dell’opposizione, le speranze che la politica redistribuzionista del regime ha suscitato, i movimenti sociali che hanno intravisto una storica occasione di riscatto. Punto centrale del suo saggio finale è la storia del leader comunitario Juan Contreras e della sua radio. Visto con evidente simpatia, anche se poi fa sua l’analisi dell’esperto di comunicazioni Antonio Pasquali: “Il governo di Chávez si è appropriato di quest’idea democratica, l’ha convertita in caricatura ideologica: consegna le stazioni chiavi in mano (comperate ai cubani) ai fedelissimi del quartiere. La loro definizione ufficiale è mezzi autogestiti con risorse dello Stato. Una tomba della vera libertà di espressione”.

Pagliula è col cuore dalla parte dei risentimenti latino-americani contro i prepotenti gringos, ma quando vede i governi di sinistra della regione rallegrarsi per la crisi dei mercati finanziari, “come se questo significasse la caduta del sistema capitalista e di conseguenza dell’Impero Usa”, gli cascano le braccia. “In realtà se fossi un presidente latinoamericano mi preoccuperei seriamente”, annota il 23 settembre 2008. “Gli Stati Uniti in recessione economica significa crollo dei prezzi delle materie prime (petrolio per Venezuela, gas per Bolivia, soia per Argentina per esempio) ed una diminuzione della domanda manifatturiera. Sarà più difficile per i Paesi latinoamericani accedere a prestiti, visto che gli investitori sposteranno le loro preferenze verso mercati più sicuri. Diminuiranno le rimesse degli Stati Uniti verso il centroamerica, su cui si sostiene l’economia familiare di molti Paesi”. La manciata di notizie venezuelane da cui siamo partiti dimostra quanto questa analisi fosse corretta!



25/02/2010
Maurizio Stefanini

giovedì 15 settembre 2011

L'Altra America, da dove tutto è partito

E' stato il primo libro pubblicato da Arcoiris, figlio dell'inesperienza ma anche della voglia di iniziare, partire con un progetto in cui credessi e con tanta voglia di crescere professionalmente. Sono passati quasi due anni da quando è uscito questo libro che in molte occasioni mi ha riempito d'orgoglio, che mi ha aperto nuove porte e fatto stringere nuovi contatti. Tutto nacque per caso nell'estate del 2009, quando lessi per la prima volta il blog di Antonio Pagliula, verosudamerica.com, e subito gli proposi di trasferire su carta quello che fino ad allora formava parte del suo blog. Antonio accettò subito con entusiasmo e mi propose di coinvolgere Piero Armenti, autore di notiziedacaracas.it. E così è partito questo viaggio che ci ha portato alla pubblicazione de "L'Altra America. Tra Messico e Venezuela, storie dell'estremo Occidente", libro al quale devo tutto quello (per ora poco) che ho potuto realizzare in ambito editoriale.
Qui di seguito ripropongo la recensione di Angelo D'Addesio del 23 novembre 2009 e che può essere letta anche su http://angelodaddesio.nova100.ilsole24ore.com/2009/11/laltra-america-dei-bloggere-non-chiamateli-nanetti.html  
Buona lettura 


L'altra America dei blogger... E non chiamateli "nanetti"

Due paesi di confine che guardano all’universo latino e sono a loro volta “osservati speciali” del colosso americano. Due blogger che raccontano la loro “America” ripercorrendo la loro esperienza pluriennale nel paese. Piero Armenti dal Venezuela ed Antonio Pagliula dal Messico con “L’Altra America - Tra Messico e Venezuela storie dell'estremo Occidente” edito da casa editrice Arcoiris Multimedia (acquistabile sul sito o nelle librerie ad € 12,00) dimostrano come semplici frammenti virtuali possano raccontare la storia recente di un paese e della sua gente. Si definiscono “nanetti” dell’informazione, ma hanno subito reclami e proteste, hanno saputo vedere sia l’estetica che la sostanza, segno che dal basso e fra la gente si vede molto più che dietro una scrivania. E’ l’America Latina 2.0 quella che torna su un libro ed i due autori ce ne spiegano motivi e retroscena, senza nominare (sopresa?) una sola volta le magiche parole "Chavez" e "narcos".
D. Il titolo del libro è “L’altra America”. Che cosa significa per voi questo titolo e cos’è per voi l’altra America alla luce dei paesi in cui vivete ed operate?
 
Piero Armenti: “L’altra America” non è di certo un termine nuovo, noi l’abbiamo scelto per sottolineare il contenuto sperimentale del libro, l’America “altra” perché raccontata dai blog, “altra” perché non è quella del Nord, ma è “altra” anche perché ha una sua autenticità, frutto di un percorso storico irripetibile che ha reso il Sud America il continente dove colonizzatore, autoctono e schiavo, sotto forme diverse (almeno in certe zone), hanno creato qualche cosa di nuovo, e non era accaduto mai né negli Stati Uniti né nell’India colonizzata dagli Inglesi, né in Africa.
Antonio Pagliula: Quando si parla di America generalmente ci si riferisce agli Stati Uniti, noi invece volevamo presentare tutt’altra realtà. Esiste appunto un’altra America, che non è quella conosciuta ed inseguita da sempre da noi italiani, non è quella dell’american dream, ma è ugualmente reale e rappresenta un altro tipo di sogno, agli antipodi degli Stati Uniti, con caratteristiche totalmente differenti.

D. Messico e Venezuela ovvero due paesi “al confine” sia logisticamente che politicamente. Quanto è stato determinante per costruire un libro al di là dei luoghi comuni e delle notizie di tutti i giorni?

Armenti: Messico e Venezuela rappresentano due paesi su cui si giocano partite importanti per il futuro, il Venezuela è una potenza energetica, da questo punto di vista è il paese più “mediorientale” dell’America Latina, non dimentichiamo che ha ispirato l’Opec. Il Messico rappresenta il problema per eccellenza negli Stati Uniti: la frontiera, gli emigranti, il narcotraffico. Non dimentichiamo che dal Messico è spuntato il subcomandante Marcos, il cui movimento ha anticipato in epoca di euforia neoliberale ciò che sarebbe avvenuto in futuro in tutto il mondo.
Pagliula: Il Messico è senza dubbio un paese al confine, rappresenta appunto l’Altra America. Il confine tra Messico e Stati Uniti marca una differenza sostanziale tra Nord e Sud, una sorta di muro di Berlino moderno che divide e separa realtà contrapposte. Basta vivere la vita quotidiana in Messico per superare facilmente i luoghi comuni e affrontare la realtà per quanto cruda e d’impatto possa essere.

D. L’immenso continente sudamericano potrebbe diventare un osservatorio speciale da cui poter estrarre idee, movimenti esportabili anche in altre parti del mondo?

Armenti: Forse un ritorno alla frugalità l’America Latina ce la può insegnare, magari non il Venezuela, ma penso alle Ande. Rampini nel suo libro Slow Economy sostiene che per il ritorno alla frugalità bisogna guardare all’Oriente, io credo che l’America Latina in più abbia anche una certa gioia “nella vita” che affascina molto chi arriva dall’Europa: si può essere felici con poco. Sembra un discorso troppo moralista, ma oramai se ne stanno convincendo tutti: è l’urgenza di questi anni sconfiggere il turbo-consumismo.
Pagliula: Se parliamo di movimenti sociali e politici, per quanto essi affascinanti ed interessanti,  non credo che siano esportabili alle nostre realtà. Quello che accade qui è figlio di queste terre, personalmente a me non piace lo spirito di chi vuole fare le rivoluzioni nel paese altrui o chi crede di poter importare questi movimenti o filoni politici. Le novità per cui l’America Latina è stata negli ultimi 10 anni un osservatorio speciale si devono a democrazie non ancora mature che permettono soluzioni differenti, quindi per quanto mi riguarda è giusto osservare bene cosa succede da questa parte del mondo a livello socio-politico ma sarebbe superficiale pensare di importarlo in altri continenti.
  
D. In numerosi capitoli-post del vostro libro parlate dell’italiano medio in fuga verso il sogno ed il paradiso sudamericano. Cosa direste a quell’italiano del vostro inferno e paradiso in America Latina?

Armenti: Che ne vale la pena. Lo diciamo sempre: lo si fa per se stessi. E’ un gesto di ribellione individuale contro la tristezza in cui annaspa l’Italia. Le economie avanzate si stanno scoprendo crudeli verso le nuove generazioni: noi siamo insoddisfatti e infelici. E d’altronde se studi architettura e poi finisci cassiere è normale sia così. Allora bisogna inventarsi traiettorie di vita nuove. In America Latina si può essere felici, se solo fosse un continente non violento sarebbe davvero un paradiso. Dal Messico all’Argentina.
Pagliula: Ci sono diversi tipi di immigrazione al giorno d’oggi, non è più come una volta. Sicuramente però lo consiglierei come esperienza di vita. Allo stesso tempo però metterei in guardia che di vero e proprio paradiso c’è poco, ripeto ci si specchia con povertà, violenza ed ingiustizia sociale, però l’America Latina ti dà la possibilità di tornare alla semplicità delle piccole cose, ai sorrisi per strada, ai rapporti interpersonali genuini e non forzosamente interessati. Ci si può ritrovare ad essere felici anche con poco, realtà che si contrappone alla europea di infelicità cronica, insoddisfazione sul lavoro, tristezza e scarse relazioni interpersonali.

D. Una provocazione. Se due blogger mettono nero su bianco ciò che hanno scritto sul web, dobbiamo considerarlo un gesto di riscatto del 2.0 (o 3.0) sulla carta stampata o l’ammissione che la visibilità in fondo viene sempre dal fruscio del libro?

Armenti: Di base c’è un’altra rivoluzione: la stampa digitale permette di abbassare i costi per stampare un libro, e quindi facilita prodotti sperimentali come il nostro. Volevamo semplicemente lasciare testimonianza di ciò che abbiamo visto e fatto. Non è un libro ambizioso, è un libro di formazione, con tutti i limiti. Io personalmente sto lavorando ad un grande lavoro sul chavismo, di tutt’altra caratura.
Pagliula: Il blog ha una forma di comunicazione immediata, day by day, però portato alla carta stampata assume continuità e riesce a far emergere altre sfaccettature anche sul pensiero dell’autore. Penso che le due forme di comunicazione non si escludono, poi alla fine per quanto mi riguarda si rimane blogger, il libro non era programmato, è stata una proposta di una casa editrice giovane che abbiamo accettato ed eccoci qua.

D. Ci sono tanti episodi, fatti di cronaca, storie inseriti nel vostro lavoro. Potreste raccontarci che cosa, presente oppure no nel libro, vi ha colpito particolarmente nella vostra esperienza nei rispettivi paesi durante questi anni?

Armenti: La costante latinoamericana: anche nei momenti più disperati, non si perde la speranza e si lotta. La mancanza di rassegnazione, che è anche una chiave che ha favorito la nascita dei movimenti.
Pagliula: Quoto la risposta di Piero, anche se con piccole differenze a seconda dei paesi e delle latitudini, posso dire che in America Latina non ci si rassegna davanti a nulla, a tutto c’è una soluzione e quasi mai ci si dà per vinti. Anche se in situazioni tristi e disagiate non si perde mai la speranza in un cambiamento.

D. Che cosa vorreste si dicesse del vostro libro dopo averlo letto fino all’ultima riga?

Armenti: Che ci sono spunti interessanti. Più in generale ci auguriamo che i rapporti tra l’Italia e l’America Latina si incrementino, ma per fare questo è necessario favorire l’approssimazione culturale. Per esempio credo sia utile dare borse di studio per permettere ai latinoamericani di conoscerci e viceversa.    
Pagliula: Che siamo riusciti a dare varie sfaccettature della realtà latinoamericana aiutando a superare qualche luogo comune e qualche pregiudizio. Sarebbe già tanto, non abbiamo la pretesa di insegnare nulla a nessuno ma solo di raccontare quello che abbiamo visto e vissuto.