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venerdì 27 gennaio 2012

"Napoli barrio latino" visto dal CSER

"Frutto di un lavoro di dottorato, il libro indaga i flussi migratori che dall'America Latina si dirigono verso l'Europa, innescando un'inversione di tendenza rispetto alle direttrici migratorie tradizionali dell'Ottocento e della prima metà del Novecento. Lo studio approfondisce il profilo della migrazione dai paesi centro e sudamericani attraverso una ricerca qualitativa e interpretativa, che ha raggiunto una ottantina di persone, generalmente latinoamericane di lingua spagnola di prima generazione. Il luogo dell'indagine è Napoli, dove la presenza di immigrati (in particolare donne eritree impegnate nei lavori domestici) risale agli anni Sessanta. Anche i flussi dai paesi latino-americani, iniziati negli anni Sessanta, sono inizialmente connotati da una forte presenza femminile di prima migrazione: donne dominicane, colombiane, cubane... giunte come collaboratrici domestiche. Una seconda fase - a partire dagli anni Ottanta - vede consolidarsi la presenza femminile, ma anche la crescita di quella maschile. In Campania, tuttavia, la comunità dell'America Latina rimane minoranza. Pur nell'impostazione un pò schematica (del resto consona alla sua natura di lavoro di tesi), il libro offre un importante contributo alla conoscenza dei processi di integrazione sociale in un'area decisamente poco esplorata come quella delle città del Sud Italia." (MG)

Studi Emigrazione, Rivista trimestrale del CSER (Centro Studi Emgrazione Roma),  anno XLVIII, ottobre-dicembre 2011, N. 184, p. 702

mercoledì 25 gennaio 2012

Confini e frontiere - Junot Diaz e i dominicani di New York

“Junot Díaz e i dominicani di New York” di Piero Armenti, pp.137-149


Óscar Wao è poco conosciuto in Italia, ma chi entra nelle librerie di New York vedrà primeggiare tra gli scaffali il volume The Brief Wondrous Life of Óscar Wao o nella traduzione spagnola La breve y maravillosa vida de Óscar Wao. Junot Díaz è l’autore. Giovane scrittore quarantenne nordamericano, scrive in inglese ma parla di America Latina, o meglio di quella parte caraibica a cui è legato: la Repubblica Dominicana. Ha vinto con la tragica storia di Óscar Wao il premio Pulitzer, il più ambito per gli scrittori nordamericani, che consacra la fama verso il grande pubblico. La sua fortuna letteraria dipende proprio dall’oggetto delle sue attenzioni: i dominicani negli Stati Uniti proprio mentre l’emigrazione dal subcontinente verso il vicino del nord è diventata attualità nell’agenda politica, soprattutto per i problemi legati ai clandestini.
La realtà latina negli Stati Uniti confonde diverse generazioni tra loro, ne esce fuori una latinità made in Usa molto articolata. L’emigrazione latinoamericana attuale, con i suoi aspetti tragici, incrocia chi è emigrato anni addietro, le cui seconde generazioni sono ben integrate nel circuito cittadino, ma soprattutto sono in aumento. Come riporta un grafico del “New York Times” la quantità di persone nate fuori dagli Stati Uniti, che ora ha più di 65 anni, ha visto impennare proprio los latinos, e i loro figli oramai si avviano verso la quarantina, l’età anche di Junot Díaz. Si scopre così che rispetto a quaranta anni fa, gli europei sono la metà (anche gli italiani passano da quattrocentomila a duocentomila). I messicani raddoppiano. I canadesi rimangano stabili. I sudamericani decuplicano. E gli asiatici? Decuplicano anche loro. Aumentano anche australiani e africani, ma in pratica l’ultima emigrazione viene da Asia e Sud America.
L’impennata dei numeri fa nascere e crescere un timore ossessivo criptorazzistico difficile da essiccare in un’analisi lucida. Il timore è che gli immigrati latini non si integrino come hanno fatto altri in passato, e contendano l’egemonia dei costumi agli angloparlanti di origine bianca.
La penna di Junot Díaz ribalta l’assunto; dà spazio all’altro punto di vista, non ai minacciati, ma ai minacciosi ispanici, quasi a replicare in forme urbane e contemporanee un eterno ritorno a quell’origine americana che è lotta di bianchi contro tutti per la supremazia, ed è così che attraverso la sua penna prendono forma le paure, le speranze di una delle comunità emigranti più importanti degli Stati Uniti, quella dei dominicani. Se un libro sulla diaspora dominicana, per diaspora intendiamo il processo di emigrazione di dominicani che c’è stato negli anni Sessanta, alla fine della dittatura di Trujillo, ha tanto successo negli Stati Uniti in cui la cultura duale dominante è quella chicana, non è solo perché scritto bene, per la trama accattivante; c’è un motivo ulteriore, o un motivo strutturale che va cercato nel mercato editoriale. È da quello che bisogna partire per interpretare Junot Díaz non come un’individualità letteraria ma come frutto di un’emersione collettiva.
Negli Stati Uniti è venuto fuori un diverso tipo di lettore di origine latinoamericana: è di seconda generazione, spesso con un alto livello di studi; molti sono giovani che frequentano l’università grazie agli sforzi dei genitori e consumano prodotti culturali che aderiscono e raccontano la loro realtà che non è quella del bianco anglicano protestante che vive nella villetta a schiera, ma della vita comunitaria della periferia povera ma vitale delle grandi città, e i conflittuali rapporti con il ramo della famiglia che non è emigrato. Fa da collante la memoria del distacco, dell’immigrazione. I dominicani di seconda generazione sono duali, integrati/disintegrati a seconda del punto di vista, quasi tutti parlano spagnolo (come d’altronde Junot Díaz, che però scrive in inglese), e sono coscienti delle loro origini (potremmo dire senzienti). Questa parte della popolazione è cresciuta a tal punto da esser diventata se non egemonica nella cultura nordamericana, quanto meno consistente, tale da muovere reddito editoriale. Con queste scelte individuali, da homo consumens, vengono indirizzati gli investimenti delle case editrici, in cerca di nuovi talenti latinoamericani di seconda generazione capaci di esprimere e raccontare una identità duale.
È un trend in crescita, se analizziamo i dati demografici osserviamo come il 42% dei dominicani ha meno di 24 anni, e i dominicani (1.217.2555) sono la quinta comunità dopo messicani (28.339.354), portoricani (3.987.947), cubani (1.520.276) e salvadoregni (1.371.666). La maggiore concentrazione si trova tra New York (soprattutto il quartiere Wasghinton Heights) o nel New Jersey.
Ma al di là delle specificità, bisogna superare la semplice equazione etnico-identitaria, secondo cui Junot Díaz esprime la realtà di integrazione/disintegrazione dei dominicani. Non sono solo questi ultimi i principali fruitori dei suoi libri: negli Stati Uniti, il fenomeno migratorio è così pervasivo, determinante, che l’argomento è sempre verde per tutti, è quindi letteratura universale. Junot Díaz racconta la realtà dei dominicani negli Stati Uniti, ma per assimilazione, si potrebbe dire la realtà degli ispanoamericani negli Stati Uniti, e quindi una sfaccettatura dell’identità americana. Paradossalmente non scrive in spagnolo, si esprime in una lingua che non è quella delle origini, usa uno slang americano sporcato ulteriormente dal dialetto dominicano con cui infarcisce la sua narrativa, e la rende autentica: sono le parole che ascolta dalla nonna, è la lingua di strada: Bendición Mamí, Papi, compa’i, tío, Que dios te bendiga.
Il personaggio principale del suo romanzo è Óscar Wao, figlio di dominicani emigrati nel New Jersey. Quella di Óscar è la tipica famiglia a metà tra parenti rimasti in una Repubblica Dominicana calda, da cartolina, ma povera, e Stati Uniti raccontati come terra di opportunità. Óscar si immerge nella terra degli avi quando va a trovare le nonna a Santo Domingo, mentre la vita urbana statunitense si trascina avanti senza grandi emozioni, in quell’immensa provincia del New Jersey, che scorre liscia e moscia. Ma dietro l’apparente neutralità del tempo, si cela un trauma silenzioso. Óscar ha la sfortuna di essere brutto, in un mondo di emigranti in cui dominano donne bellissime che ballano da diosa, e veri maschi, cattivi e pieni di donne, grande orgoglio delle madri. Óscar, semplice nerd, ossessionato dai giochi di società, insegue corpi che non può avere. A ogni mossa riceve un rifiuto. Giorno dopo giorno peggiora, sprofonda nella solitudine di una vita di miserie, in cui è l’amico perfetto delle donne, ma sui cui corpi si divertono altri. Se si guarda allo specchio, vede riflesso un bamboccio troppo grasso, con un viso senza grazia, poco interessante. Per passare il tempo si getta nella narrativa: scrittore di libri di fantascienza, che non verranno mai pubblicati. La sua è una bocca che cerca labbra che non riesce a trovare. La sorella e il suo amico (vero macho) assistono impotenti alla débâcle di un giovane dominicano disperato, che tenterà anche il suicidio. È la maledizione che perseguita la sua famiglia, la malasorte, fukú, che colpisce la madre (ammalata di cancro), la nonna (altra vita di stenti) e gli altri avi, in una dissacrante riproposizione di una epopea familiare, seguendo i canoni del Márquez di Cent’anni di solitudine, ma ribaltandoli nel tragico. Ma c’è sempre un gesto eroico che può riscattare dal torpore del non senso. E anche nella vita di Óscar arriva il momento, e Junot raggiunge l’apice. Nella sua Santo Domingo si innamorerà di una donna pericolosa, consumata, di un militare, rappresentativa e caricaturale dei tropici peccaminosi inseguiti da schiere di attempati europei e nordamericani.
Fa da sfondo la Repubblica Dominicana del dittatore Trujillo (1930-1961), che dominò per oltre trenta anni il paese come padrone assoluto, circondandosi di un harem di donne bellissime a dispetto della moglie non particolarmente avvenente, un paese corrotto di cui ha fatto un ritratto, nella fase discendente della dittatura, Mario Vargas Llosa ne La fiesta del chivo.
Dalla lettura critica del testo ne deriva innanzitutto una visione caricaturale e veritiera dell’archetipo dominicano di prima generazione, trapiantato dalla povera Santo Domingo ai quartieri popolari del New Jersey. Ne esce fuori un prontuario interpretativo molto piacevole, e condizionato dal maschilismo. Il maschio, appunto, è dominante, picchia, conquista, seduce, abbandona. «Tu tá llorando por una muchacha, dale un galletazo a ver si la putica esa te respeta».  A consigliare di picchiare la propria donna non è un uomo, ma paradossalmente sono i consigli della madre al figlio, deluso per amore: picchiala per farti rispettare. Ma altrettanto caricaturale è l’immagine della donna. La dominicana picchiata e felice diventa una tipologia: «Maritza era una de esas muchachas a las que les gusta que los novios les peguen, ya que lo hacían todo el tiempo». La regola prima per una vera donna è mettere in risalto la propria femminilità con orgoglio quasi patriottico. Nella parte dedicata alla madre di Óscar si legge: «Tanto ha cambiado en estos meses, en mi cabeza, en mi corazón. Rosío me hace vestir como una “muchacha dominicana de verdad”. Ella es la que me ayuda a arreglarme el pelo y a maquillarme y, algunas veces, cuando me veo en el espejo, ni me conozco». Il clichet della figlia dominicana è altrettanto rivelatorio: è quello della schiava perfetta. «No saben lo que es ser la hija dominicana perfecta, lo cual es una forma amable de decir la esclava dominicana perfecta». Ma l’archetipo salta se ti trovi a New York, dove la donna lavora, è indipendente, le pressioni sociali e familiari diminuiscono, e allora si può aderire ad un modello di riferimento che non è più quello dominicano di provenienza, incolto e povero, della schiava, ma emancipato: la stessa sorella di Óscar vive il mutamento, e viene descritta come «una de esas dominicanas duras de Jersey, corredora de largas distancias, con su propio carro, su propio talonario de cheques, que le decía “perros” a los hombres y se comía al que le daba la gana sin una gota de vergüenza, especialmente si el tipo tenía baro». Baro sono i soldi, era ricco.
Ma da contraltare alla donna bella, felice e spesso picchiata, c’è la scena disperata che si guadagna Óscar, perché fa pena davvero un dominicano senza donne, a cui tutti dispensano i propri consigli di mascolinità, compreso il donnaiolo zio Rulfo, dal linguaggio colorito: «Escúchame palomo, coge una muchacha y méteselo ya. Eso lo resuelve todo. Empieza con una fea. Coge una fea y méteselo», un esempio di dominicano vincente: zio Rulfo ha quattro figli con tre mogli diverse, simbolo assoluto di virilità. Dunque se l’uomo dominicano deve controllare i ventri di tante donne, deve anche dedicarsi alle gioie del sesso il prima possibile, pena diventare bersaglio di scherno da parte degli amici, come si vede in questa conversazione di Óscar: «Oye, alguna vez en la vida has probado chocha? Le preguntaba Melvin, y Óscar sacudía la cabeza y le contestaba con decencia, sin importar cuántas veces Mel repitiera la pregunta. Debe ser lo único que no has comido, no? Harold comentaba, Tú no eres ‘na dominicano, pero Óscar insistía con tristeza, Soy dominicano, dominicano soy».
Sullo sfondo, coprotagonista assieme a Óscar Wao è il dittatore Trujillo. «El Dictador más Dictador de todas las Dictaduras de la Historia. Era un país, una sociedad, diseñada para que fuera prácticamente imposible escapar. El Alcatraz de las Antillas». Il dittatore diviene una caricatura crudele del tipo dominicano, è un uomo delirante nella pretesa di avere tutte le belle ragazze dell’isola, perché tutto doveva essere suo:

Trujillo pudo haber sido un Dictador, pero era además un Dictador Dominicano, lo que es otra manera de decir que era el Bellaco Número Uno del País. Creía que todo el toto en la RD era prácticamente suyo. Es un hecho bien documentado que en la RD de Trujillo, si uno era de una clase dada y dejaba a su hija linda cerca de El Jefe, a la semana estaría mamándole el ripio como una profesional […] Era parte del precio de vivir en Santo Domingo, uno de los secretos mejor conocidos de la isla.

Il dittatore è padrone di tutto, e molti sono costretti a emigrare; per il dominicano lontano dall’isola, magari sottoposto ai ritmi di vita della fredda New York, Santo Domingo, seppur povera, rimane la tappa ideale in cui trovare riparo e cura. Una verità di ritorno al piacere, alla spontaneità, che è presente nel libro di Junot Díaz (Óscar Wao d’altronde cerca lì riparo contro i suoi insuccessi sentimentali, e lì riesce a trovare il suo unico amore). Basta accendere una radio ispanica di New York, ed è facile ascoltare una conversazione del genere che riportiamo. La donna si domanda perché suo marito si comporti male tornato a Santo Domingo, insegua altre donne, la abbandoni e se ne lamenta. Con un’ingenuità tipica maschile, il conduttore difende la categoria: «Ma tu lo sai, tu lo sai quant’è dura la vita per noi a New York, costretti a lavorare tanto. Quando allora torni a casa, ben pettinato, profumato… tu sai... queste cose succedono, è normale, magari tua moglie è in famiglia, o non è venuta, ti senti forte, vuoi tornare a vivere».
Concludiamo con una domanda, è possibile considerare ispanoamericano un narratore che si esprime in inglese, e che neanche conosce lo spagnolo? Pur non volendo affrontare in questa sede questioni più complesse quali la lingua, la letteratura e l’identità, è utile dire che senza alcun dubbio l’incremento della seconda generazione di latinoamericani negli Stati Uniti è un fatto che costringe il letterato a misurarsi con un panorama dinamico e soprattutto transnazionale, in cui la letteratura latinoamericana non necessariamente sarà in lingua spagnola, ma non per questo sarà meno ispana. In tono polemico, in un’intervista a “El País”, alla domanda di cosa significasse vincere il Premio Pulitzer, Junot Díaz ha risposto: «Espero que arroje algo de luz sobre los escritores latinos de EE UU, que en mi opinión son ciudadanos de segunda en la república de las letras norteamericanas y latinoamericanas». Riguardo invece la tradizione letteraria latina negli Stati Uniti l’autore ha le idee ben chiare: «Creo que está todavía por surgir. Constituimos un canon disperso. Están los chicanos, los escritores de Nuevo México, los caribeños. Yo hablaría de textos, más que de escritores». Sarà allora Junot Díaz lo scrittore capace di capitanare la ribalta degli ispanici negli Stati Uniti? Di inaugurare una positiva stagione letteraria utile anche a condizionare l’agenda politica nei confronti degli ispanoamericani, e la loro porzione più debole: i clandestini?

sabato 31 dicembre 2011

Tirando le somme...

Siamo giunti alla fine di quest'anno, ed è quasi un imperativo morale il dover fare un resoconto di quello che in negativo e in positivo ha caratterizzato questo 2011 che se ne va.
Non è stato un anno facile, le arrabbiature, le delusioni, i problemi di vario tipo sono stati tanti. Le soddisfazioni non sono mancate e devo ringraziare tante persone che hanno reso possibili mete e traguardi raggiunti, ed in tal senso il primo nome che mi viene alla mente è quello di Loris Tassi, perchè senza di lui, la sua amicizia e il suo entusiasmo non avrei conosciuto persone e parole che oggi sono accostate al marchio Edizioni Arcoiris. Ringrazio Maria Rossi per avermi permesso di pubblicare un libro su una tematica che per motivi personali mi tocca profondamente. Grazie a tutti coloro che hanno collaborato con me e con la Arcoiris, grazie agli autori e ai traduttori, grazie ai recensori, grazie a coloro che mi hanno sottoposto i loro scritti sperando di vedere le proprie opere pubblicate. Grazie ai clienti per i quali abbiamo lavorato e sudato e che poi non ci hanno pagato, grazie ai clienti che tornano da noi perchè amano la nostra qualità e professionalità. Grazie ai miei genitori, senza i quali non sarebbe mai stato possibile nulla di tutto ciò che ho fatto nella mia vita, grazie a mio fratello perchè è un fratello da 110 e lode, grazie a Carlos che resta al mio fianco amorevolmente nonostante io sia come sono. Grazie alle persone che mi hanno fatto del male, magari senza volerlo, ma hanno comunque segnato la mia vita. Grazie a te nonna, perchè sei sempre e perennemente con me. Grazie alle mie due cagnette perchè mi regalano amore incondizionatamente. Il grazie finale va a me stessa, perchè, concedetemelo, sono una persona meravigliosa e merito tutte le cose migliori al mondo.
E come ogni anno tutti ripetono a tutti: felice anno nuovo e che il 2012 sia un anno sereno, con salute, soldi per tutti, pace interiore, tanto lavoro, infinito amore e nuove parole da leggere...

lunedì 5 dicembre 2011

Consigli per i regali di Natale I - Napoli barrio latino

Esistono saggi sull’immigrazione in Italia, con cifre alla mano, statistiche e grado di incidenza della comunità esterna sulle popolazioni autoctone. Esistono poi le storie di immigrazione, che rivelano viaggi massacranti, siano essi in mare o in aereo (perché di un viaggio è massacrante anche ciò che lo precede e lo segue), integrazioni difficili, vite familiari e sociali con tante difficoltà, passaggi burocratici e molto altro. Napoli Barrio Latino – Migrazioni latinoamericane a Napoli di Maria Rossi (Edizioni Arcoiris - € 12,00) è entrambe le cose, anche se nello scenario più ristretto ma non meno vario e complesso dell’emigrazione/immigrazione dall’America Centrale e Meridionale. In più questo libro, che intervalla dati a racconti ed opinioni delle persone intervistate è anche uno dei pochi volumi sull’immigrazione con un occhio femminile. Sono moltissime, infatti, le donne a raccontare le loro esperienze di migranti, le difficoltà di ricongiungimento con i loro cari o i tentativi di costruirsi una nuova vita con nuove persone, cercando caparbiamente di sfatare il duplice tabù di donna latinoamericana come “servizievole” o “caliente”. Se dunque la prima parte del libro parla di un fenomeno in continua espansione in un paese che continua sotterraneamente a rifiutarlo o considerarlo un effetto collaterale di rivoluzioni e crisi mondiali a fronte di un immigrazione latinoamericana ancora giovane ma sempre più forte, soprattutto fra le popolazioni andine, la seconda parte è uno spaccato della vita di tutti i giorni, senza buonismi sull’accoglienza, l’integrazione e la commistione di culture, ma anche senza l’esasperazione della polemica sul razzismo, le difficoltà economiche ed occupazionali. Capiterà spesso di trovare frasi di nostalgia e di disagio verso la gente e le situazioni di tutti i giorni ma è questo che da ancora più dignità ad una comunità di persone che cerca situazioni stabili ed occupa a volte professionalità decisive negli ospedali, nei ristoranti e perfino negli uffici (e perfino i dati sull’imprenditoria sono sorprendenti). Tutto questo, nello scenario di Napoli, città che accoglie ma che nella sua continua instabilità sottopone l’immigrato ad una avventura giornaliera, punto di ritrovo, ma anche approdo provvisorio. “Napoli l’ho fatto mio. Lo rispetto e sono molto dispiaciuta adesso per come sta diventando…Per le nuove generazioni io sono ottimista“, dice una donna peruviana ed è l’emblema di un libro che parte dalle cose semplici ed attraverso queste, quasi come in un collage di piccole storie ci offre su un piatto la realtà, nel modo più duro, ma anche più sincero, dimostrandoci tutti i difetti ed i pregi della latinità (la nostra e la loro), le differenze fra culture, generazioni, modi di vivere ed il nostro essere, tutto sommato, tanti paesi in un solo grande paese.

martedì 25 ottobre 2011

Le Ande di casa nostra

"Oltre a nordafricani, asiatici o europei dell’est e dei Balcani, in Italia ogni anno giungono migranti anche da un altro sud del mondo, l’America Latina. Eppure dei latinoamericani nel nostro paese, ci si occupa quasi esclusivamente a proposito delle gang giovanili che turbano la quiete delle periferie di Genova, Torino o Milano. Ancora poco si sa della distribuzione insediativa e lavorativa, della nazionalità di provenienza, della composizione sociale. Del resto, che siano dominicani o peruviani, ecuadoriani o boliviani, poco importa. Sono tutti indistintamente latinoamericani, e, ragionando per stereotipi, ballerini o, in ogni caso, “portatori sani” della tradizione artistico-musicale del subcontinente. A fare chiarezza e a spiegare perché i paesi latinoamericani siano diventati di recente “espulsori” di emigranti e perché questi ultimi abbiano scelto proprio l’Italia (e l’Europa), provvede la ricerca di Maria Rossi Napoli barrio latino (Salerno, Arcoiris, 2011, pp. 255, € 12,00).
Da storica meta di immigrazione, l’America Latina si è trasformata negli ultimi decenni in area di emigrazione dapprima di tipo fronterizo (cioè tra paesi latinoamericani confinanti) ma, soprattutto, verso gli Stati Uniti e, poi, verso l’Europa “che da nuova frontiera della migrazione latinoamericana negli anni Novanta ne è diventata meta prediletta”. Se negli anni Settanta, infatti, l’emigrazione latinoamericana verso il vecchio continente fu in special modo di tipo politico (esiliati e rifugiati in fuga dalle dittature militari), “nel decennio successivo […] la presenza latinoamericana in Europa si è diversificata, innanzitutto aumentando in numero, […] ma soprattutto grazie al moltiplicarsi dell’immigrazione economica di cui si rendono protagonisti i rappresentanti della classe media in fase di impoverimento. Saranno proprio questi immigrati economici […] a dare vita alle prime esperienze di reti migranti, favorendo lo sviluppo di flussi che, negli anni Novanta e fino ai giorni nostri, diventeranno massivi”.
Sul piano dei fattori che motivano questa inversione di tendenza e l’accelerazione dei flussi la Rossi individua gli storici legami euro-latinoamericani, un patrimonio culturale e linguistico comune, l’irrigidimento in materia di immigrazione degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e “la necessità [dell’Europa] di manodopera specializzata per alcuni settori dell’economia”, a cui si aggiunge l’azione sempre più capillare delle reti. L’emigrazione latinoamericana è imponente: il numero dei migranti nella regione è passato da 20 milioni nel 2000 a oltre 26 milioni cinque anni dopo (cioè il 13% della popolazione migrante mondiale). Di questi, all’incirca un paio di milioni si sono diretti verso l’Europa. Spagna e Italia sono in prima fila come mete migratorie europee.
Nel caso dell’Italia, secondo i dati Istat del 2008, i residenti latinoamericani sono circa 300.000 (cioè il 7,7% della popolazione immigrata). Per quanto concerne la loro struttura, l’autrice sottolinea che, nella fase attuale, “i principali paesi d’origine non sono più solo quelli della grande emigrazione italiana […] ma quelli dell’area andina i cui migranti partono soprattutto per ragioni economiche; la distribuzione per sesso vede il netto predominio femminile; sono aumentate le regioni interessate dalla loro presenza; e si sono moltiplicate le attività sociali delle singole comunità, segno di mobilità sociale ed accesso di visibilità. Da parte sua, la società italiana sembra aver riservato un’accoglienza privilegiata ai latinoamericani. L’atteggiamento che gli italiani hanno nei loro confronti è genericamente accogliente, benevolo e, chissà, anche partenalistico”.
La seconda parte del libro è dedicata alle migrazioni latinoamericane a Napoli e in Campania. Qui l’analisi dell’autrice si fa minuziosa e si avvale di numerose testimonianze orali. In questo quadro, viene anche individuato una sorta di case-study relativo al gruppo più numeroso, quello dei peruviani, di cui si descrivono tra l’altro, l’organizzazione associativa e le pratiche religiose. Emerge un affresco di grande vivacità, di accoglienza, di integrazione, di ibridazione culturale, (sebbene non manchino momenti di tensione) che, per certi versi, sembra stridere con il clima di intolleranza che attraversa l’Italia, contribuendo a fare di Napoli, almeno nel caso della comunità latinoamericana, un laboratorio di convivenza."
Raffaele Nocera, Le Monde Diplomatique n.7, anno XVIII, luglio 2011, p.22

lunedì 19 settembre 2011

Napoli barrio latino. Migrazioni latinoamericane a Napoli








“A volte, sai mi guardo nello specchio e digo: «Oh mio Dio! Ormai che sono?» Sono peruviana senz’altro, però adesso, forse sono sudamericana… pure con mio marito [italiano], lui sa che le mie abitudini ci sono sempre, però ormai pure ho adottato la vostra cultura. A volte mi sento pure un poco perduta per il fatto dell’identità, allora mi digo che sono peruviana però sono anche diventata un miscuglio.” (D., peruviana, int. 11)
"Migrare significa rottura con il passato, scontro con il presente, destabilizzazione, incertezza, ricostruzione del sé, ancoraggio ai miti e tradizioni del paese d’origine per poi ritrovare abitudini, gesti e valori, a distanza di tempo, fusi, decomposti e riformulati in versioni nuove, che degli originali conservano la base, altre volte solo il ricordo o il nome perché, invece, trasformati in qualcosa di nuovo, di ibrido, di fortemente rinnovato."

(Maria Rossi, Napoli barrio latino, p. 222)

Quello di Maria è uno dei libri a cui sono più legata in assoluto, e non solo fra quelli che ho pubblicato. Al di là della validissima e precisa analisi fatta, partendo dalle implicazioni emozionali che portano l'immigrato ad allontanarsi dal paese d'origine, spesso lasciando figli appena nati, fino ad arrivare al loro insediamento/scontro con la città d'arrivo, passando attraverso l'associazionismo e l'integrazione di chi in alcuni casi finisce per avvertire una molteplicità di appartenenze, importantissime e fondamentali sono le testimonianze orali dei latinoamericani che vivono tutto questo in prima persona, accompagnati quotidianamente da  quello che è il male dell'immigrato: la nostalgia. Non tutti possono conoscere e comprendere il dolore di coloro che sono costretti a scegliere fra il cuore e la convenienza, la necessità di sopravvivere, quando l'unica cosa che avrebbero voluto sarebbe stato vivere nel paese che li ha visti nascere.

"Napoli, principale porta d’ingresso dei flussi migratori meridionali provenienti prevalentemente da Africa, Asia ed Europa dell’Est, si caratterizza attualmente anche come spazio di insediamento di un “nuovo” gruppo migrante, quello proveniente dall’America Latina; da quel continente dove migliaia di meridionali, nell’epoca della grande migrazione, si sono diretti in cerca di fortuna.
Un’inversione dei flussi dunque, composti solo in minima parte dai cosiddetti ritornati ma piuttosto formati da immigrati molto eterogenei per provenienza, motivazioni e composizione.
A Napoli, come in qualunque altro spazio di immigrazione, si opera un rimodellarsi vicendevole, una negoziazione costante che oscilla tra stereotipi e somiglianze -vere o solo paventate-, tra riconoscimento e folklorizzazione alla ricerca di un’integrazione che chiami al dialogo entrambe le parti in questione.
Molti dei latinoamericani intervistati hanno definito l’Italia un sogno, il mito da conquistare, moderna America nella quale fare fortuna. Essi considerano il viaggio che intraprendono, spesso verso una meta conosciuta solo attraverso i racconti di amici e familiari, l’occasione di una vita, proprio come quella che i nostri emigrati rincorsero nelle terre americane. La mitizzazione del paese d’arrivo, l’Italia nel nostro caso, si scontra con una realtà ancora troppo disabituata all’alterità.
Da quando l’Italia si è “scoperta” paese d’immigrazione, anche nel nostro paese si è intrapreso un lungo cammino, tutto in salita, di analisi del rapporto tra “noi” e “loro”. La presenza di immigrati fa riflettere la società detta d’accoglienza su se stessa, scatena l’analisi dei discorsi, delle politiche, degli atteggiamenti che vi si producono, dell’identità che si rivendica.
Oggi, come allora, è ancora il dominante a dettare le regole del gioco. Le trasformazioni del mercato globale spingono milioni di latinoamericani ogni anno a lasciare il proprio paese e riversarsi, nella maggior parte dei casi, in quelli soggioganti. Sono migranti dall’identità complessa e ibrida, perché latinoamericana, resa problematica da un passato importante e incombente, quel peso coloniale che ancora soffrono e rivivono nelle società d’arrivo, stigmatizzati perché le loro facce mantengono i tratti somatici dei popoli colonizzati della storia, e perché le società in cui cercano di migliorare la loro condizione riservano loro posizioni subalterne sia a livello economico che sociale, ovvero lo status di moderni colonizzati.
Affinché il gruppo dei latinoamericani, ma in senso lato i gruppi immigrati di qualunque nazionalità e origine, possano svilupparsi pienamente in comunità, è necessaria, se non fondamentale, la piena partecipazione della società d’arrivo in un percorso che diventa dialogico e che attribuisce ai due interlocutori lo stesso valore."

Ed in questo l’Italia ha ancora strada da fare.